Tra repertorio e teatro il cinema puro di Wilma Labate. “Quei due” film della critica al Tertio Millennio FilmFest

Presentato in apertura del Tertio Millennio Film Fest “Quei due-Edda e Galeazzo Ciano” di Wilma Labate vince il premio della Critica SNCCI e la menzione speciale della Giuria dei lungometraggi. Un luminoso esempio di uso narrativo dei materiali d’archivio in cui la regista romana mette in scena l’ascesa e la drammatica caduta della coppia fascista. I dialoghi sono tratti dai “Diari 1937-1943” dello stesso Ciano e dai libri scritti su di lui da Giordano Bruno Guerri. Così come le parole di Edda provengono dai libri La mia vita di Edda Ciano e Domenico Oliveri e La mia testimonianza

Il centenario della Marcia su Roma (con il contributo indiretto del dibattito politico) ha focalizzato sul periodo l’attenzione di storici, romanzieri e, in misura minore, del cinema. Sembra però offrire l’occasione per esplorare nuove e stimolanti forme di documentario.

Se Marcia su Roma di Mark Cousins si è rivelato uno degli eventi più interessanti dell’ultima Mostra di Venezia, destrutturando la propaganda fascista di un documento come A Noi (Umberto Paradisi, 1923), Quei due-Edda e Galeazzo Ciano di Wilma Labate, prodotto e distribuito da Luce Cinecittà con la collaborazione di Rai Documentari, prossimamente in onda su Rai3, è un luminoso esempio di uso narrativo dei materiali d’archivio. Il film – perché tale va considerato – ha aperto a Roma la ventiseiesima edizione del Tertio Millennio Film Fest.

Scritto da Wilma Labate con Beppe Attene, Quei due segue le vicende di una coppia dorata e tragica del Ventennio, Galeazzo ed Edda Ciano, nata Mussolini. Mi piace pensare che lavori come questo, di immersione rigorosa e filologica nelle vite narrate ma di fascino squisitamente visivo, seppelliranno il flagello della docu-fiction, che considero un vero elemento inquinante dell’arcipelago audiovisivo.

Perché Labate utilizza due attori (Silvia D’Amico e Simone Liberati, coetanei dei veri personaggi) ma li fa dialogare con le vere parole di Edda e Galeazzo, tratte dai Diari di lui, da interventi parlamentari, interviste e testi biografici. E soprattutto tiene alla larga la rappresentazione da ogni sospetto di fiction “period”, in costume. 

A fare da sfondo sono le scenografie nude, tecniche quasi, di un grande Studio di Cinecittà. La contaminazione tra vecchio e contemporaneo include anche i costumi: sotto le camicette d’epoca occhieggiano i jeans. Eppure, grazie alle trovate sceniche e alla straordinaria fotografia di Daniele Ciprì, la suggestione è assoluta.

C’è ben più della storia ufficiale, del percorso funesto dai fasti diplomatici in Cina e dal Ministero degli Esteri al plotone d’esecuzione: c’è il colore e la vita dei tempi, l’atmosfera dei balli e delle parate, la mondanità e le trasgressioni, il conflitto politico e la solidarietà finale, senza riserve, nella tragedia. È come se gli attori fossero “in dotazione” ai materiali d’archivio, non viceversa. L’arte del montaggio fa vivere le immagini di vita propria.

Si sfornano documentari a rotta di collo, oggi in Italia, persino troppi, rispetto alla ricettività del grande pubblico. Non sono in tanti a saper generare cinema vero lavorando su quelle miniere di tesori che sono gli Archivi: Gabriele Salvatores e Pietro Marcello sono tra i maestri di quest’arte. Wilma Labate (non solo da oggi) si aggiunge alla lista.

fonte Huffington Post