Il ritorno da Palma d’oro di Ruben Östlund che fa naufragare l’intero Occidente. E arriva al cinema

In sala dal 27 ottobre (per Teodora Film) l’atteso nuovo film dello svedese Ruben Östlund e Palma d’oro 2022: “Triangle of Sadness”. È la satira politica di un genio. Dopo “The Square” completa la trilogia sulle miserie del maschio occidentale con un’allegorica crociera per nababbi in cui a naufragare è l’intero mondo capitalistico. Con un’analisi da far venire i brividi: “Quando Wall Street grida ‘Guerra!’, la stampa grida ‘Guerra!’”…

I chirurghi estetici chiamano “triangolo della tristezza” la zona in mezzo agli occhi che invecchia il viso. Un paio di punturine di botox fanno miracoli.

Triangle of Sadness è il titolo paradossale scelto da Ruben Östlund per completare la trilogia iniziata con Forza Maggiore (2014) e proseguita con The Square, provocatorio capolavoro premiato nel 2017 con la sua prima Palma d’oro. Il regista e sceneggiatore svedese è semplicemente un genio della satira politica. Fabbrica allegorie in cui le miserie del maschio occidentale contemporaneo vanno di pari passo col naufragio delle nostre civiltà, e sono allegorie spudorate quanto esilaranti.

In questo film, che Cannes 75 ha incoronato con la Palma d’oro, al setaccio della sua satira passano i paradisi artificiali di Instagram con i loro guru (le coppie di influencer alla Ferragnez non sono un’esclusiva italiana), le crociere di lusso dove spadroneggiano gli oligarchi e i fabbricanti di armi, e in ultima analisi il precipizio sociale che la folle corsa del capitalismo selvaggio sta avvicinando. Lo yacht per nababbi di Triangle of Sadness è un Titanic politico.

Troppe frecciate, a 360 gradi, per dare conto di tutto, ma per riassumere il film è diviso in tre parti. Due sono irresistibili, la terza aggiunge chiarezza ma perde vis comica. La prima parte demolisce il marketing dei prodotti di lusso, con i top model maschi che Balenciaga, per dire, esige incazzati mentre i brand economici per le masse, li vogliono sorridenti. C’è un bisticcio tra gli scultorei Carl e Jaja su chi deve pagare la cena, lui invocando il pretesto della parità sessuale: è un cliché che ogni donna dei nostri tempi ha vissuto.

Nella seconda parte i due condividono, per promozione pubblicitaria, una crociera esclusiva con i ricchissimi, che sulla nave impongono all’equipaggio i più demenziali capricci. C’è l’oligarca dei concimi, con moglie e amante al seguito, (“Io vendo merda”, dichiara serafico) e c’è l’industriale che “esporta la democrazia” fabbricando granate e mine antiuomo. Il capitano è nientemeno che Woody Harrelson, autorecluso in cabina al suono dell’Internazionale perché è marxista. Non comunista, ci tiene a precisarlo.

Investito da una tempesta perfetta in piena cena d’onore, lo yacht diventa un fiume in piena di vomito, con Harrelson e l’oligarca (Zlatko Burich) che duellano a colpi di ideologia in pillole: Reagan e la Thatcher contro Marx, Lenin e Mao (ma il posto d’onore è riservato a Noam Chomsky). E riecheggia una celebre frase che di questi tempi fa venire i brividi: “Quando Wall Street grida ‘Guerra!’, la stampa grida ‘Guerra!’”. Quando sul ponte piove una granata, la moglie del fabbricante di armi tutta giuliva si interroga: “Che sia una delle nostre? “

Il film potrebbe comodamente finire qui, con un’esplosione palingenetica. Ma Östlund vuole spiegarci, con il manipolo di sopravvissuti al naufragio accampati su una spiaggia deserta, cosa succede quando i mezzi di produzione passano nelle mani del proletariato.

L’inserviente filippina che sulla nave puliva i gabinetti è l’unica capace di pescare e nutrire i compagni: i rapporti di classe si sono rovesciati. E gli uomini, tutti, sono pronti a calare i pantaloni, metaforicamente e non metaforicamente parlando. È l’ordine nuovo: da ciascuno secondo i suoi mezzi, a ciascuno secondo le sue necessità, prova a blandire la donna l’oligarca, che il comunismo nella sua Russia lo ha studiato sui banchi di scuola.

L’isola inospitale, per chiudere il cerchio, si rivelerà banale riserva di un resort a cinque stelle. Proprio come il cuore di tenebra di cui parlava Conrad, che non era in Africa ma nel profondo Belgio colonialista.

Vincent Lindon, presidente della giuria cannese, conosce e pratica il cinema politico. Per Stéphane Brizé ha interpretato film straordinari. E infatti Triangle of Sadness non l’ha lasciato insensibile.

Fonte Huffington Post


Teresa Marchesi

Giornalista, critica cinematografica e regista. Ha seguito per 27 anni come Inviato Speciale i grandi eventi di cinema e musica per il Tg3 Rai. Come regista ha diretto due documentari, "Effedià- Sulla mia cattiva strada", su Fabrizio De André, premiato con un Nastro d'Argento speciale e "Pivano Blues", su Fernanda Pivano, presentato in selezione ufficiale alla Mostra di Venezia e premiato come miglior film dalla Giuria del Biografilm Festival.

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