Una fake-news chiamata Robin Hood. Ora è vecchio, stanco e cattivo ne “Il prezzo del sangue”

In sala dal 12 agosto per I Wonder Pictures “Robin Hood – Il prezzo del sangue”di Michael Sarnoski che, ispirandosi alla ballata “The Death of Robin Hood”, ribalta la mitologia cineletteraria dell’arciere fuorilegge: non un difensore di umili e oppressi ma uno spietato bandito che, ormai vecchio e stanco, è inseguito dalle conseguenze delle sue molte efferatezze. Hugh Jackman offre un’altra intensa prova nei panni del cupo e tormentato protagonista, ma il film non approfondisce gli spunti più interessanti (che ci fanno riflettere sulle narrazioni populiste di oggi), preferendo costruire l’ennesima parabola da western crepuscolare su un antieroe in cerca di (im)possibile redenzione…

E se Robin Hood non fosse stato l’eroe altruista che per antonomasia “ruba ai ricchi per dare ai poveri”, ma un sanguinario bandito dedito a razziare e uccidere (anche donne e bambini) «perché gli piaceva»? Parte da questo assunto il lungometraggio di Michael Sarnoski Robin Hood – Il prezzo del sangue (nelle nostre sale dal 12 agosto per I Wonder Pictures), che come ci informa più esplicitamente il titolo originale, The Death of Robin Hood, racconta, ispirandosi all’omonima ballata, anche e soprattutto gli ultimi giorni del protagonista, ormai vecchio e stanco nel 1247 in cui si svolge la vicenda.

Gli presta il volto Hugh Jackman, divo australiano legato, non casualmente, a personaggi più tormentati e ambigui che idealizzati e puri: perseguitati dal loro passato, dai loro istinti e dalle loro ossessioni, come il mutante Wolverine degli X-Men, l’illusionista Robert Angier di The Prestige o l’ex detenuto Jean Valjean dei Misérables in musical. È questo Robin Hood imbruttito, sporcato e incattivito a confessare come le storie sulle sue gesta generose a protezione degli umili siano false: «Nessuno protegge gli umili».

Lo dice a una viandante (che si rivelerà l’ennesima congiunta, in cerca di vendetta, di una delle tante vittime del fuorilegge), ma il messaggio è rivolto a noi, lettori e spettatori: dimenticate l’epopea tradotta dal folklore britannico ai romanzi ottocenteschi (come Robin Hood and Little John di Pierce Egan, con i suoi adattamenti francesi Il principe dei ladri e Il proscritto, attribuiti ad Alexandre Dumas padre) fino al cinema.

Dimenticate i classici degli anni ’20 e ’30 con Douglas Fairbanks ed Errol Flynn, il volpino antropomorfo dell’animazione disneyana e il suo “Urca, Urca, Pirulero”, le incarnazioni moderne e postmoderne con Sean Connery, Kevin Costner o Russell Crowe (che nel film di Ridley Scott datato 2010 si faceva addirittura propugnatore della Magna Charta Libertatum). Dimenticate lo scontro con l’iniquo Sceriffo di Nottingham e col Principe Giovanni usurpatore della corona inglese, dimenticate anche l’amore per Lady Marian (mai esistita, chiosa il Robin di Jackman).

Ad essere interessante ne Il prezzo del sangue non è tanto l’ipotesi di una realtà così diversa dal mito (come per tutte le figure sospese tra Storia e leggenda, dell’arciere di Sherwood esistono dati e versioni contrastanti fin dalle origini), ma il fatto che un così cupo ribaltamento arrivi proprio ora: in un’epoca dove prosperano come non mai i “Robin Hood alla rovescia”, leader populisti, più che popolari, che si conquistano a suon di narrazioni propagandistiche e fake-news (oggi anche a mezzo I.A.) il favore delle masse per depredarle più facilmente.

«Non ci si può fidare dei racconti», perché «portano le persone a fare cose terribili, e poi quelle cose diventano altri racconti», afferma infatti questo Robin, che ha contribuito ad alimentare la propria immagine falsamente nobile «così che quegli sciocchi mi seguissero nell’oscurità». Gli stessi sodali del bandito, come il Little John di Bill Skarsgård, sembrano col tempo aver smarrito nella propria memoria il confine tra imprese compiute e inventate, quasi ad anticipare l’odierno orizzonte della post-verità, o a suggerirci come ogni finzione, anche per chi se ne avvantaggia, è un labirinto in cui si rischia di perdersi.

Peccato che il regista e sceneggiatore Sarnoski (fattosi notare e apprezzare per i precedenti Pig – Il piano di Rob e A Quiet Place – Giorno 1) non approfondisca come avrebbe potuto questi spunti, privilegiando invece l’ennesima variazione sul tema della redenzione (im)possibile di un antieroe maledetto. Cuore del film, su cui grava un ritmo discontinuo, è infatti la permanenza del protagonista (rimasto ferito nell’ultima, tragica scorribanda) presso il monastero di St. Clement, sotto le cure di Suor Brigid (Jodie Comer), che sembra offrire l’alternativa a una vita, e un mondo, fatto solo di brutalità: posto che la violenza non lo raggiunga, ed esploda, anche nel nuovo ed estremo rifugio.

Insomma, malgrado la suggestione degli aspri e nebbiosi paesaggi nordirlandesi dove è stato girato il film, la freccia de Il prezzo del sangue finisce col cadere ancora una volta nel battutissimo territorio del western crepuscolare: questo Robin Hood ricorda un po’ il William Munny de Gli spietati di Clint Eastwood, un po’ il Logan interpretato dallo stesso Jackman nel lungometraggio omonimo di James Mangold, a cui in parte rimanda anche il ruolo della piccola Margaret affidato a Faith Delaney. Proprio su di lei poggia una conclusione che fa pensare, una volta di più, a una Hollywood disperatamente in cerca di nuove generazioni che rifondino, dopo averli decostruiti, i propri sogni, sempre più oscurati dagli incubi del mondo reale.


Emanuele Bucci

Libero scrittore, autore del romanzo "I Peccatori" (2015), divulgatore di cinema, letteratura e altra creatività.

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