Addio Francesco Guccini. Quanta letteratura (e cinema) sulla locomotiva del “Maestrone”
Il grande cantautore emiliano ci ha lasciato a 86 anni, consegnandoci in eredità un patrimonio di brani (e, nel periodo più recente, libri) che hanno segnato l’immaginario, anche politico, di più generazioni. Declinando in modo “gramscianamente” accessibile a tutte e tutti una moltitudine di riferimenti letterari, da Gozzano ne “L’isola non trovata” ai suoi “Don Chisciotte”, “Cirano”, “Gulliver”, “Ophelia” e “Odysseus”. Senza dimenticare il rapporto con il grande schermo, attraverso le partecipazioni in diversi film da attore e co-autore di colonne sonore, e canzoni come “Keaton” e “Dovevo fare del cinema”…

Basterebbe ripercorrere i testi dei brani di Francesco Guccini, venuto a mancare nella notte tra il 5 e il 6 agosto all’età di 86 anni (si terrà a settembre la cerimonia commemorativa pubblica), per descrivere il presente in cui ci lascia, un po’ più soli, il grande cantautore. Dove il «Dio che è morto», quello della «nostra stanca civiltà» ancora stenta a resuscitare «nel mondo che faremo» (come si auspicava in uno dei suoi primi successi, scritto nel 1965, tra echi de L’urlo di Allen Ginsberg e della filosofia di Nietzsche).
E siamo piuttosto qui a constatare come «ancora tuona il cannone/ ancora non è contento/ di sangue la belva umana» (Auschwitz), annaspando tra chi (anche sui social media) vanta «un orgoglio cieco/ di verità fatte di formule vuote» (Canzone della bambina portoghese). E ci chiediamo se, dopo la catastrofe ambientale o il sempre meno remoto avvento di una guerra nucleare, Noi non ci saremo, o invece sì, ritrovandoci come ne Il vecchio e il bambino a rievocare, per chi nascerà dopo, la perduta pianura dove «crescevano gli alberi e tutto era verde/ cadeva la pioggia, segnavano i soli/ il ritmo dell’uomo e delle stagioni».
Allo stesso modo, naturalmente, reimmergersi nelle opere di Guccini è il miglior modo per conoscerne luoghi, amori, rabbie e battaglie della vita: dalla Modena di Piccola città in cui nacque nel 1940 alla Bologna di Via Paolo Fabbri 43 passando per Pavana, frazione di Sambuca Pistoiese, sull’Appennino tosco-emiliano, dove ha trascorso i primi e gli ultimi anni (dedicandole canzoni come Radici, libri come quello d’esordio, Cròniche epafàniche, edito nel 1989 da Giunti, e la poesia in dialetto Natale a Pavana, messa in musica da Mauro Pagani nel 2019). E ancora dall’aspra, sarcastica autodecostruzione dell’indimenticabile L’avvelenata (molto più di una risposta al critico Riccardo Bertoncelli che aveva stroncato l’album Stanze di vita quotidiana) allo sguardo sui fatti politici di oltre un secolo di storia italiana e internazionale.
Schierato a sinistra (in un’intervista del 2020 si era descritto come socialista “pre-craxiano”, ma precisò di aver votato a suo tempo il PCI di Enrico Berlinguer), il cantautore emiliano ha detto poeticamente la sua (anche) sull’assassinio di Che Guevara in Stagioni (al rivoluzionario argentino è intitolato anche uno dei Ritratti, traducendo il Poema al Che dello scrittore catalano Manuel Vázquez Montalbán) e su quello di Carlo Giuliani in Piazza Alimonda, sulla prigionia dell’attivista Silvia Baraldini negli USA (Canzone per Silvia) e sull’avvento del berlusconismo (Nostra Signora dell’ipocrisia).
Ma soprattutto, a Guccini si deve uno dei brani più potenti del secondo Novecento italiano, La locomotiva, che oggi forse non si potrebbe più né scrivere né pubblicare. Non solo perché non vanno più tanto di moda le «parole che dicevano: “Gli uomini son tutti uguali”», ma perché a scandalizzare e muovere le ire censorie dei fautori di un turbocapitalismo autoritario travestito da “pace sociale” basterebbe molto meno che narrare in musica il gesto del macchinista anarchico Pietro Rigosi lanciatosi «a bomba contro l’ingiustizia» nel 1893.
E se oggi, al contrario, quella Locomotiva continua ad essere intonata in coro anziché fare la polvere nella soffitta dove è stata riposta tanta arte e cultura bollata come “ideologica”, lo si deve anche alla straordinaria capacità del “Guccio” di essere davvero “nazional-popolare”, nel senso gramsciano a cui lui stesso si richiamava. Riuscendo a materializzare la Storia in storie capaci di parlare ed emozionare trasversalmente, rompendo gli antichi e classisti steccati tra cultura “alta” e “bassa”, per fare della prima un patrimonio accessibile a tutte e tutti, come il vino di certe Osterie di fuori porta.
Di questo patrimonio fa parte, naturalmente, la letteratura, per cui Guccini si è sempre più speso come autore dagli anni Novanta in poi, tra le altre cose firmando con Loriano Macchiavelli i gialli della serie sul Maresciallo Benedetto Santovito (editi da Mondadori), e arrivando finalista al Premio Campiello nel 2020 con Tralummescuro (Giunti, per cui uscirà postumo a settembre Calde le pere). Ma, prima ancora di queste pagine, le canzoni del “Maestrone” (che insegnante lo è stato davvero) sono una mappa di riferimenti ai tanti scrittori del suo vastissimo bagaglio di intellettuale.
Si va dai versi de La più bella di Guido Gozzano ripresi ne L’isola non trovata (nell’album omonimo troviano anche un po’ del Giovane Holden di Salinger per il brano La collina) alla «scoperta di Hemingway» citata in mezzo alle memorie ingiallite di Incontro, fino ai tanti protagonisti e protagoniste dei classici letterari rivisitati alla luce della poetica gucciniana. Come il Don Chisciotte di Cervantes, l’Ophelia di Shakespeare (tenendo a mente Rimbaud), la Madame Bovary di Flaubert, il Cyrano de Bergerac di Edmond Rostand, il Gulliver di Swift e persino l’Ulisse di Omero (e Dante), tornato ora pop grazie al kolossal di Christopher Nolan, e che nella canzone Odysseus si confessa diviso fra «l’anima mia che è contadina» e le «false rotte» del mare.
Difficile allora pensare a un caso se, nei diversi film a cui Guccini ha partecipato come attore o contribuendo alla colonna sonora, i soggetti cineletterari abbondano: sin dal ruolo del fabbro e cantastorie Giulio Cesare Croce, autore del secentesco Bertoldo e Bertoldino, in Fantasia, ma non troppo, per violino (1976) di Gianfranco Mingozzi, cui seguiranno Musica per vecchi animali, dove Stefano Benni traspone il suo Comici spaventati guerrieri, e Ormai è fatta! di Enzo Monteleone, dal libro autobiografico di Horst Fantazzini (Guccini ne interpreta il padre, l’anarchico Alfonso Fantazzini). Ma ci sono anche le musiche di Nenè (adattamento di Salvatore Samperi del romanzo di Cesare Lanza) e il brano Acque in Nero. di Giancarlo Soldi (dalle pagine di Tiziano Sclavi).
Le apparizioni del cantautore in lungometraggi come Radiofreccia di Luciano Ligabue (dove è il barista Adolfo la cui acqua «sa di fosso») e le commedie di Leonardo Pieraccioni Ti amo in tutte le lingue del mondo, Una moglie bellissima e Io & Marilyn ne mettono in evidenza uno dei tratti più caratteristici e amati, l’ironia (che nella produzione musicale non ha risparmiato nemmeno la biblica Genesi, contaminandosi col cabaret in pezzi come I fichi). Tra i titoli più recenti sullo schermo prevalgono invece i documentari, a partire da La mia Thule di Francesco Conversano, che dirige Guccini anche ne La linea gialla, sulla strage di Bologna.
Del resto, la settima arte e il suo immaginario trovano posto nelle stesse canzoni gucciniane: basti pensare al pianista Keaton, così soprannominato perché, come il divo comico del muto, «non rideva mai», o alle sere di Piccola città in cui «correva la fantasia verso la prateria, fra la via Emilia e il West» (da cui il titolo del doc di Giuliano Nicastro del 2024). E a Dovevo fare del cinema (scritta da Gian Piero Alloisio), dove non mancano frecciate alla crisi dell’industria filmica («È che il pubblico vuole si parli più semplicemente/ così chiari e precisi e banali da non dire niente/ per capire la storia non serve un discorso più grande/ Signorina cultura, si spogli e dia qui le mutande»), ma il bersaglio è soprattutto un’umanità che si arrende alle miserie di una società delle apparenze in declino: «Noi si va a fare del cinema/ e quando vivere è un problema/ rifacciamo da capo la scena». Per antidoti a questa e ad altre derive del nostro tempo, risalire sulla locomotiva di un artista irripetibile. Che ci insegna, ancora, a spiegare le ali.
Emanuele Bucci
Libero scrittore, autore del romanzo "I Peccatori" (2015), divulgatore di cinema, letteratura e altra creatività.
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