Quel western (sardo) di Monicelli tratto da Grazia Deledda. “Proibito” da riscoprire in streaming
A novant’anni dalla morte della grande scrittrice e cento dal Nobel per la letteratura, si può reperire (su YouTube e Prime) una chicca, “Proibito”, il lungometraggio che Mario Monicelli trasse nel 1954 dal romanzo “La madre”, pubblicato dall’autrice tra il 1919 e il 1920. Nelle mani del regista, la storia dell’amore impossibile di un giovane sacerdote per una donna in un paesino della Sardegna (dilaniato nel film da una faida tra famiglie) diventa un western italiano in anticipo sui tempi. Sfruttando al meglio la suggestiva ambientazione, riflettendo sul circolo vizioso della violenza e proponendoci quasi un “anti-don Matteo”, fallibile e sabotato dalle proprie contraddizioni…

Non si ricorda mai abbastanza l’enorme eredità artistica lasciataci da Grazia Deledda, e vale tanto più la pena farlo in questi giorni, che cadono i novant’anni dalla morte della scrittrice (il 15 agosto 1936) e i cento dal conferimento del Nobel per la letteratura (unica donna italiana sin qui ad averlo ottenuto). Il cinema, negli ultimi anni, sta contribuendo a riportare attenzione sull’autrice di Canne al vento, per esempio col memorabile documentario di Cecilia Mangini e Paolo Pisanelli Grazia Deledda, la rivoluzionaria e i lungometraggi di finzione L’amore e la gloria. La giovane Deledda di Maria Grazia Perria e Quasi Grazia di Peter Marcias (suo anche il corto Una nuova voce).
Ma un altro modo per omaggiare la letterata sarda e farsi un’idea di quanto lontano abbia germogliato la sua opera potrebbe essere (ri)scoprire, nel catalogo di Prime Video o gratuitamente su YouTube, una chicca come Proibito (1954), libera trasposizione per il grande schermo del romanzo La madre (pubblicato originariamente tra il 1919 e il 1920). Si tratta di uno dei primi film di Mario Monicelli, e del primo diretto in solitaria (dopo le numerose collaborazioni con Steno, fra cui Totò cerca casa e Guardie e ladri) dal grande regista che in seguito ci offrirà perle come I soliti ignoti, La grande guerra, I compagni, L’armata Brancaleone, Un borghese piccolo piccolo e tanti altri.

Qui, peraltro, siamo distanti dal territorio della commedia (all’)italiana: rivisto oggi, Proibito è un’interessante quanto precoce incursione nostrana nel western, che precede di ben dieci anni Per un pugno di dollari di Sergio Leone. Eppure, anche qui abbiamo una terra aspra, un villaggio dove la legge delle armi sovrasta quella delle istituzioni statali e un protagonista ritrovatosi al centro della sanguinaria faida fra due famiglie rivali. Sono i Barras e i Corraine, prigionieri con tutto il loro piccolo centro (i cui abitanti sono imparentati chi con gli uni chi con gli altri) di un circolo di torti e vendette apparentemente insanabile (come quello che canterà De André in Disamistade).
Appartiene ai Corraine il cadavere più recente, e gli spari del delitto sono uditi dal giovane sacerdote don Paolo (Mel Ferrer), appena rientrato, dopo un lungo periodo di assenza, nel paese natio, dove ha iniziato a rimettere in piedi la diroccata parrocchia. La missione del prete diventa perciò quella di riportare la pace tra i due clan, ora tentando di favorire un’inchiesta davvero trasparente e risolutiva sull’omicidio, ora facendo appello ai cuori degli esponenti di entrambe le fazioni. Ma la maggiore incognita è l’amore impossibile tra il religioso e l’amica d’infanzia Agnese (una debuttante Lea Massari), figlia del patriarca Niccodemo Barras (Henri Vilbert).
Questo melodramma su un sentimento Proibito, come ci suggerisce il titolo, rappresenta il cuore della vicenda, che nel testo di partenza vede come figura chiave appunto la Madre del sacerdote, Maddalena, tenuta più sullo sfondo (le dà il volto Germaine Kerjean) dalla sceneggiatura di Suso Cecchi D’Amico, Giovanni Mangione e dello stesso Monicelli. Il quale, come si diceva, coglie l’occasione per cimentarsi (anche) con i codici del genere epico hollywoodiano per antonomasia (si veda la spettacolare sparatoria a cavallo tra i due capifamiglia, ex amici e poi mortali avversari), senza peraltro ricalcarne pedissequamente i modelli.
È infatti il “deleddiano” paesaggio sardo assolato e montuoso in cui è stato girato il lungometraggio l’elemento forse più peculiare e suggestivo di Proibito, dove la complessa identità anche linguistica dell’isola e del suo popolo emerge, pur nell’asettico italiano nazionale degli interpreti doppiati (forse l’aspetto del film che più risente del tempo), emerge comunque nelle sequenze corali, come quella del funerale o della processione. E sorprende come tale ambientazione risulti davvero “più western del western”, consegnandoci tra l’altro una riflessione rimasta attuale su quanto sia difficile, nei microcosmi come nei macrocosmi della società umana, spezzare la catena della violenza dando fiducia e forza al diritto e all’ascolto dell’altro.
A proposito di collegamenti col presente, ci si potrebbe anche divertire a congetturare come questo lavoro oggi non rammentato dai più si sia rivelato, magari inconsciamente, “seminale”: pensiamo a uno dei fenomeni più seguiti della recente fiction mainstream di casa nostra, Don Matteo: anche in Proibito, in fondo, c’è un uomo di Chiesa interessato agli assassinii nella sua comunità («Mi sembrate più un poliziotto che un prete!», dice sarcastico Niccodemo Barras a don Paolo), dove cerca di riportare la quiete sollecitando le anime dei colpevoli. C’è persino, nel film di Monicelli, un antesignano del Cecchini di Nino Frassica: è il maresciallo impersonato da Paolo Ferrara, unica figura “da commedia” dell’adattamento (salvo il drammatico epilogo) e sempre più alleato del protagonista.
Quest’ultimo però, a ben guardare, è molto diverso e per alcuni versi opposto al rassicurante “prete-detective” del piccolo schermo: non solo e non tanto per la passione (tenuta a bada, pur con fatica) oltre i vincoli dell’abito talare, ma perché, al netto delle buone intenzioni, si rivela fallibile e messo sotto scacco dalle proprie contraddizioni, sabotando nel momento decisivo gli sforzi in direzione della pace con una fuga pavida e poco razionale, anche e soprattutto da una parte di sé. Emblematico il suo sfogo poco prima della conclusione: «Non sono neppure capace di raddrizzare una sedia, o a dare una mano di calce a un muro… Non ho fatto che guai agli altri e a me stesso!».
Il merito della risoluzione finale va più alla presa di coscienza di altri personaggi, in primis il duro e tormentato Costantino Corraine di Amedeo Nazzari (punta di diamante del cast), che all’intervento diretto del sacerdote. Don Paolo potrebbe allora essere ascritto non alla schiera di eroi del cinema classico, bensì alla costellazione degli “inetti” di cui è tanto ricca la letteratura (non solo) italiana primonovecentesca: e anche in questo siamo di fronte a un film ancora sorprendentemente moderno, come le pagine della scrittrice a cui si richiama.
Emanuele Bucci
Libero scrittore, autore del romanzo "I Peccatori" (2015), divulgatore di cinema, letteratura e altra creatività.
26 Dicembre 2021
Da Murakami a Grazia Deledda. I nostri fantastici dieci del 2021 tra cinema e serie tv
Drammi, serie tv, film di animazione, documentari. Il 2021 è stato ricco di…



