Nel “posto delle fragole” di una rivoluzionaria. “Quasi Grazia” (Deledda) di Peter Marcias illumina la scrittrice Premio Nobel
In sala (per Europictures) “Quasi Grazia”, adattamento firmato da Peter Marcias dell’omonimo libro di Marcello Fois. Tre diversi momenti nella vita della scrittrice premio Nobel Grazia Deledda, già rievocata pochi anni fa da Cecilia Mangini nel suo bellissimo documentario “Grazia Deledda, la rivoluzionaria”. Dell’autrice di “Canne al vento”, il regista mette in scena soprattutto il rapporto complesso con le origini sarde e gli affetti familiari, in un adattamento che ha i suoi punti di forza nei chiaroscuri formali (tra fiction e immagini d’archivio, luci e ombre della fotografia) e psicologici, restituendoci il ritratto intimo e contraddittorio di una donna straordinaria. Presentato allo scorso Torino Film Festival …

Raccontare al cinema (e non solo) le vite di persone reali è sempre un atto di responsabilità verso la natura prismatica di ogni individuo (in questo Quarto potere, oltre che uno dei più grandi film, è anche una delle più belle biografie, o meta-biografie, di sempre), oggi non di rado banalizzata nell’orgia di fiction sulle celebrità, dai (troppi) ritratti-celebrazioni di star della musica (ormai un redditizio genere a sé, come i cinecomics pre-crisi) alle rievocazioni di icone della settima arte come la Marilyn Monroe di Blonde, tutta violentemente schiacciata nel ruolo-stereotipo di vittima traumatizzata.
I personaggi della storia letteraria, tanto più da noi, non fanno eccezione. Ed è forse una responsabilità doppia misurarsi con una figura come Grazia Deledda: per ciò che ha rappresentato, in una Sardegna (dove nacque nel 1871) e in un’Italia nella quale essere scrittrice, per giunta attenta alla realtà e alla condizione degli ultimi, era un atto rivoluzionario. Lo aveva capito perfettamente Cecilia Mangini, che nel suo penultimo lavoro (Grazia Deledda, la rivoluzionaria, appunto, co-diretto con Paolo Pisanelli) ricordava, in un ideale e prezioso dialogo tra narratrici combattenti e anticonformiste, l’autrice di Canne al vento (oggi spesso indebitamente trascurata) e la sua determinazione a leggere, studiare, scrivere, contro vincoli e pregiudizi patriarcali.

Quel documentario andrebbe (ri)visto accostandolo alla visione di Quasi Grazia, la nuova fatica di Peter Marcias (già presentata al Torino Film Festival e ora in sala con Europictures) che traspone l’omonimo «romanzo in forma di teatro» (edito da Einaudi) di Marcello Fois (di Nuoro, come Deledda), riprendendone la struttura tripartita: dai primi del Novecento a Roma (dove la protagonista si trasferì trentenne) alla Stoccolma del Nobel per la letteratura (tributatole nel 1926, unica donna italiana ad averlo ottenuto sin qui), e poi di nuovo a Roma, nel 1935, poco prima della morte, alle prese con una malattia che non spegne la determinazione a comporre l’ultimo, incompiuto Cosima.
Marcias, che aveva omaggiato Deledda anche nel corto Una nuova voce, ha già portato sullo schermo le esistenze di donne illustri (la Liliana Cavani del doc datato 2010, la Piera Degli Esposti di Tutte le storie di Piera, 2013, la Nilde Iotti cui prestava volto e voce Paola Cortellesi nel 2020), ma soprattutto ha saputo restituire terra e anima, passione e ideologia della “sua” Sardegna: basti pensare al recente affresco di lotte operaie Uomini in marcia, che dai minatori di Carbonia s’irradiava all’Italia intera (e al mondo, complici le testimonianze di Ken Loach e Laurent Cantet).
Proprio nella meditazione sul legame dolente e ambivalente con l’isola d’origine, rafforzata dalla grana delle immagini di repertorio (su cui scorrono i passi dell’autrice) tra monti, pastori e (soprattutto) mare in netto contrasto con le sequenze di finzione, sta l’ispirazione più felice dell’adattamento di Quasi Grazia. Che della “Rivoluzionaria” privilegia i momenti di privata vulnerabilità: i tre atti del film (in cui è interpretata, rispettivamente, da Irene Maiorino, Laura Morante e Ivana Monti) ci mostrano infatti Deledda alle prese col ricordo-fantasma del fratello suicida Santus (Stefano Mereu), dell’amato Andrea e, più di chiunque altro, della madre (Monica Demuru).
Nei dialoghi con quest’ultima, la scrittrice ribadisce con orgoglio il valore delle sue scelte, così lontane dall’«esercizio di fare la femmina» predicato nel paese natio, e dalle aspettative di un padre per cui «la donna è donna se non pensa». Ma anche prescindendo dal genere, c’è qualcosa di scandaloso in quella vocazione a raccontare storie, in quel «guardare alla vita degli altri come se fosse roba tua» (e come se non ci si accontentasse della propria), rinfaccia la genitrice. E però, risponde la figlia, «questa “cosa di scrivere”, come dite voi, per me è sempre stata la più importante di tutte, quella che mi ha tenuto in vita».
Non per questo pesano meno i momenti di solitudine, solo in parte colmati dalla presenza degli affetti (il marito e agente Palmiro Madesani/Roberto De Francesco, la nipote Grazia/Gala Zohar Martinucci), e la distanza con la Sardegna e il suo popolo, sempre e comunque presenti (come il «punto lontano» su cui si ferma il pensiero della viaggiatrice nel brano di Sino al confine citato all’inizio). Analogamente la luce, di un biancore quasi metafisico, che entra dalle finestre delle stanze in cui si trova di volta in volta Deledda, non azzera e semmai fa percepire più dense le ombre (nota di merito alla fotografia di Valerio Azzali), mentre le voci del passato risuonano turbando e interrompendo il ticchettare della macchina da scrivere.
In questo gioco di chiaroscuri formali e psicologici, il film di Marcias evita di impantanarsi in una biografia monodimensionale. Consegnandoci il piccolo Posto delle fragole di una donna che, come tutte le grandi artiste e i grandi artisti, ha costruito la propria strada attingendo, anche e forse specialmente, alle proprie umane debolezze e contraddizioni.
Emanuele Bucci
Libero scrittore, autore del romanzo "I Peccatori" (2015), divulgatore di cinema, letteratura e altra creatività.
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