Vi parlo di Giovanna. Cantata per voci e volti di una militante della memoria
Passato al TorinoFilmFest “Giovanna, storie di una voce” di Chiara Ronchini. Giovanna Marini, custode della più gloriosa stagione della musica popolare e di protesta italiana, racconta i suoi sessant’anni di impegno intellettuale. Attraverso la storia d’Italia tra lotte operaie e contadine per dare voce a chi non ha voce. A Torino si è esibita per il pubblico del festival …

“Non ho pagato un biglietto da mille lire per sentir cantare sul palcoscenico la mia donna di servizio!”. L’episodio, nel contempo deprimente ed esilarante, accaduto al Festival di Spoleto del 1964 viene raccontato da Giovanna Marini, sul palco quella sera, nel documentario Giovanna, storie di una voce di Chiara Ronchini, presentato al TorinoFilmFestival 2021.
Se per il pubblico conservatore di quella serata le “canzoni da pescivendola” risultano fastidiosamente inaccettabili, per chi ha vissuto gli anni dell’impegno, tra ’60 e ’70, Giovanna Marini rappresenta una delle figure di primo piano della canzone popolare (e quindi politica).
È stata definita la pasionaria o “la Joan Baez” della musica popolare italiana, tutte definizioni che lei non condivide o addirittura rifiuta. “Tutti cercano un sostantivo per definirmi ma io mi considero una cantastorie, di certo non una ricercatrice, anzi molti brani che venivano attribuiti alla tradizione popolare li ho composti io”.
Inattaccabile dalle semplificazioni, la cantastorie si mostra per quella donna aperta, affabulatrice e dalla capacità di comunicare la sua ricerca e il suo lavoro di intellettuale che dura da più di sessant’anni.
Difficile ignorare quanto grande e indispensabile sia stato l’apporto che ha dato alla cultura italiana.
Agli inizi degli anni Sessanta frequentava un gruppo di intellettuali (tra cui Pier Paolo Pasolini, Diego Carpitella, Roberto Leydi, Gianni Bosio e il gruppo del Nuovo Canzoniere Italiano) attivamente impegnati nella ricerca di ciò che all’epoca si definiva musica popolare e di protesta, quella dei contadini e degli operai.
Con loro Giovanna aveva stabilito una decennale collaborazione sia come arrangiatrice che come interprete. Memorabili le partecipazioni a spettacoli come il Bella Ciao presentato a Spoleto nel ‘64 e a Ci ragiono e canto, con regia di Dario Fo. È però importante sottolineare che Giovanna Marini non ha mai abbandonato l’attività di ricerca. Dopo una permanenza a Boston, dove entra in contatto con il folk e la canzone di protesta americana, nasce la ballata Vi parlo dell’America, un lungo talking blues con cui parte la sua attività solista, che prenderà le distanze dalla logica del “ricalco dell’originale popolare” di tanto folk revival italiano.
A Roma, nel 1974, è fra i fondatori della Scuola di Musica Popolare dI Testaccio, un edificio abbandonato e occupato da musicisti che come lei si trasformano in insegnanti fuori dagli schemi.
Il titolo di un libro di Giovanna Marini, Italia, quanto sei lunga (ed. L’Epos – 2004), sembra aver indirizzato la struttura del doc, che è soprattutto un viaggio lungo l’Italia in cui le immagini d’archivio sono montate con voluta incoerenza geografica.
“Giovanna ha costruito un atlante diverso della storia del nostro paese”, dice di lei la regista Chiara Ronchini che ha svolto un meticoloso lavoro di ricerca e selezione di materiali tra gli archivi dell’Istituto Luce, dell’Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico (Aamod) e l’Istituto Ernesto De Martino.
Dal finestrino di un auto in corsa, vediamo le campagne del sud e le risaie del nord, il Polesine e il Carso e le fabbriche con la migrazione che le ha riempite. Un viaggio che parla di storia, di culture subalterne e di resistenza. Un viaggio lungo quanto quello de I treni per Reggio Calabria o quello del furgone Ford col quale negli anni ’70, quelli del Quartetto, percorreva in lungo e in largo la penisola raggiungendo ogni concerto e ogni manifestazione.
L’enorme lavoro di recupero e di valorizzazione di un patrimonio immateriale svolto da Giovanna Marini contribuisce a restituire quella dignità ad un’Italia interna (non minore) che il tritacarne della contemporaneità tende a dissolvere. Non è un caso che le uniche parole e immagini nelle quali non compare la Marini sono riservate a spezzoni di interviste a Pasolini.
E non è ancora un caso che nei ringraziamenti finali sui titoli di coda compaia il nome di Christian Boltanski, l’artista visivo che più di altri ha lavorato sul tema della memoria e della sua conservazione.
Gino Delledonne
Gino Delledonne
Architetto e docente universitario a contratto. Ha collaborato alle pagine culturali di vari giornali tra i quali "Diario" e "Archivio". Devoto del gruppo garage punk degli Oblivians.
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