Wenders dimentica che il cinema è impegno. La scrittrice Arundhati Roy rinuncia alla Berlinale
Aveva iniziato bene, anche se un po’ disneyanamente: «il cinema può cambiare il mondo». Poi ha iniziato a inciampare, «non in un senso politico». Fino al tracollo, dopo la domanda in cui gli veniva chiesto di prendere posizione su Gaza: «Dobbiamo uscire dal campo politico. Il cinema non è politica, è il suo opposto, è il contrappeso». Va in scena in tre atti la resa di Wim Wenders, presidente di giuria della Berlinale 2026, alla prima conferenza stampa del festival. Poco dopo, la trasmissione in streaming si interrompe per “problemi tecnici” su cui è fin troppo semplice fare retropensieri.
La sconfessione del cinema politico in uno dei festival che più di tutti ha fatto della presa di posizione un tratto distintivo. La Berlinale, che ha scelto come sua sede Potsdamer Platz, a metà tra le due Berlino ferite dal muro. La Berlinale, che già nel 1987 aveva istituito un premio, il Teddy Award, per i film sul mondo LGBT e che da anni ha abolito le connotazioni di genere per i premi agli attori. La Berlinale, che nel 2016 premiava Gianfranco Rosi per Fuocoammare contro le politiche dell’Unione Europea. «Non ho mai visto un politico cambiare idea per un film», ha detto Wenders, eppure proprio in quel momento Angela Merkel cambiò approccio dopo aver visto la foto di un piccolo siriano morto in un naufragio.
Certo, è anche la Berlinale che si è arrotolata in proteste non più tardi di due anni fa, nel 2024, quando il bellissimo documentario No other land, firmato a otto mani da due palestinesi e due israeliani, veniva invitato sul palco a ritirare i meritati premi. Non è mai un discorso facile, in Germania, quello su Israele. Pesa non poco l’eredità dello sterminio nazista. Eppure mai, neppure in quel momento, in cui i registi chiesero lo stop all’invio di armi travolti dalle polemiche, si era arrivati a dire che il cinema non dovesse essere politico.
Le dichiarazioni di Wenders sono diventate un caso, il mormorio è sempre più forte e a ogni conferenza stampa la domanda si riaffaccia. Ciascuno tenta di glissare, ma la questione sta rapidamente sfuggendo di mano. Arundhati Roy, grande scrittrice indiana, era invitata al festival per presentare il restauro del telefilm indiano In Which Annie Gives it Those Ones ma ha dato forfait. «Sono disgustata», ha fatto sapere, «è sbalorditivo sentir dire che l’arte non dev’essere politica». Difficile darle torto.
Saranno i prossimi giorni a definire l’entità del disastro. Nel concorso principale intanto, proprio quello su cui Wenders dovrebbe pronunciarsi, i film politici non mancano, dal tunisino À voix basse fino al tedesco Yellow letters. Potrebbe essere l’exit strategy per salvare la faccia: dare l’Orso a un film scottante per dimostrare che si crede ancora nel cinema impegnato. Intanto la Berlinale si prodiga a diffondere dichiarazioni riparatrici di questo o quel ospite blasonato.
La sensazione è che non basterà, anzi che ormai questa edizione del 2026 rimarrà piuttosto segnata da questo avvio precipitoso, che ha infiammato l’aria altrimenti gelida di Berlino. Il segno dei tempi passa anche da questo, dalla paura di dire una parola, anche non netta, sul mondo che ci circonda. L’avevamo visto già a Venezia, quando la Biennale si era rifiutata di far passare sul red carpet le proteste contro il genocidio. «È un po’ ingiusto farci questa domanda, dovremmo parlare allora anche delle altre guerre», aveva provato a dire per schermirsi un’altra giurata berlinese, la produttrice polacca Ewa Puszczyńska. Una toppa peggiore del buco, perché sospendere il giudizio non è una soluzione.
È l’Europa spaventata, quella che si presenta a Berlino. Un festival che ha paura di irritare la politica, forse per non perdere ulteriori fondi. Gli artisti che ci dicono di abbandonare il campo politico. Peccato che sia un campo senza uscita, perché ci contiene tutti senza distinzioni. E soprattutto perché anche l’indifferenza è un atto politico, come ci ha insegnato un uomo che per le sue idee è morto in carcere. Abbiamo controllato, Gramsci lo vendono anche a Berlino. Proprio a Potsdamer Platz, a pochi passi dalle sedi del festival. Signor Wenders, se ha voglia, bastano pochi passi nella neve.
Tobia Cimini
Perditempo professionista. Spende il novanta percento del suo tempo leggendo, vedendo un film o ascoltando Bruce Springsteen. Nel restante dieci, dorme.



