L’arte della “Disobbedienza”. Nel libro di Naomi Alderman che è già film

In attesa dell’uscita in sala, il 25 ottobre (per Cinema), di Disobedience” del pluripremiato regista cileno Sebastián Lelio, ecco il libro che gli ha fatto da traccia. È Disobbedienza scritto nel 2006 da Naomi Alderman e pubblicato l’anno dopo in Italia da Nottetempo. Una storia d ‘amore proibita all’interno della rigida comunità ebraico ortodossa londinese. Dove il doppio gioca un ruolo fondamentale … E anche la ricerca della felicità …

“La felicità non ha a che fare con gli agi e il comfort. / La felicità è quella forma di soddisfazione piú profonda che proviamo
quando creiamo: quando costruiamo un oggetto materiale,/o componiamo un’opera d’arte, o alleviamo un figlio./La felicità ha a che fare con l’aver sfiorato il mondo e poi/averlo lasciato diverso, secondo la nostra volontà. La massima/felicità è quella che/ deriva dall’aver sfiorato il mondo e/averlo lasciato migliore, secondo la volontà dell’Onnipotente./E anche se il lavoro in sé a volte può risultare fonte di/gioia, alcuni lavori possono essere compiuti solo attraverso/la lotta. Ed è per questo che spesso la felicità sta dove è il/dolore. E la piú grande agonia spesso è presagio del piú/grande trionfo.”

Non sono, ovviamente, parole mie. Ma quelle (pag.230) che – a parte “secondo la volontà dell’Onnipotente” che, purtroppo, è un po’ meno nelle mie corde – mi sembra già possano più che giustificare l’acquisto e la lettura di Disobbedienza scritto nel 2006 da Naomi Alderman e pubblicato l’anno dopo in Italia da Nottetempo.

È doppia la disobbedienza che persegue con ostinata pervicacia Ronit, la protagonista, orfana della sua mamma.
Forse geneticamente anticonformista ha una ben chiara intolleranza nei confronti dei riti che la religione ebrea ortodossa, di cui suo padre è uno stimato e molto amato rappresentante, trasmette e impone ai suoi adepti.

E, come se non bastasse, durante l’adolescenza non s’innamora di un prestante compagnuccio, ma della sua più cara e timida amica, con cui, sotto le ortensie del giardino di casa, sperimenta le prime emozioni del sesso.

E doppia è pure la scrittura, anche da un punto di vista solo grafico, di questo libro, chiaramente autobiografico, con cui a 32 anni la giovane inglese ha fatto il suo esordio nel romanzo, premiato subito dall’Orange Prize e Sunday Times, al quale sono poi seguiti Senza toccare il fondo, Il vangelo dei bugiardi e Le ragazze elettriche con cui ha vinto lo scorso anno il Baileys Women’s Prize.

Nata e cresciuta nella comunità ebraico ortodossa di Hendon, Londra, come la sua protagonista, anche lei si è rifugiata da subito a New York per poi tornare in Inghilterra dove è ormai stabilmente nella rosa dei migliori giovani scrittori inglesi.

Il libro parte in una zeppa sinagoga al primo Shabbat che segue la festa di Simchat Torah, (niente paura in calce al libro c’è un esaustivo sommario con spiegazione dei termini ebraici) col pallidissimo Rav Krushka, guida e instancabile studioso che pur sorretto da Dovid, suo nipote e discepolo, sta oramai per esalare il suo ultimo respiro.

Cambio di scena e di grafica: siamo a New York dove un’emancipata donna in carriera, brillante economista che riempie la sua solitudine facendo sesso col suo capo, ovviamente sposato, vive una vita libera da opprimenti vincoli. È appunto Ronit che a NY era stata spedita giovanissima dal suo papà preoccupato che la sua ribelle figliola e pure lesbica ma che a me sembra più opportuno definire bisessuale, disturbasse l’equilibrio della sua stabile comunità religiosa.

È lei che chiama nella notte il cugino Dovid per dirle che il suo papà è passato, si fa per dire, a miglior vita e che le chiede di tornare a Hendon per il funerale.

Ronit anche se con iniziale aggressiva ostilità decide di tornare. Nulla è cambiato, ovviamente, a parte il fatto che la sua amata amica, che non ha mai smesso d’amarla, ha sposato suo cugino, uomo ben poco carismatico e attraente, ma che alla fine si rivelerà forse, fra tutti, la creatura più interessante.

La storia scorre alternando la descrizione dettagliata, introiettata e compunta dei riti ortodossi, al suo flusso di coscienza, quello di Ronit che la Alderman descrive con un linguaggio più spigliato e modaiolo e dove non può mancare, che lo scriviamo a fare?, quello che di lei può pensare la dottoressa Feingold, la sua strizzacervelli.
Scuola “ortodossa” Woody Allen.

Marina Pertile

giornalista

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