Shirin Neshat: “La mia Oum Kulthum, voce del mondo arabo solidale”

Il 27 ottobre a Roma all’Auditorium del MAXXI (ore 18.30) nell’ambito di Videocittà, proiezione di “Looking for Oum Kulthum”, il nuovo film di Shirin Neshat, artista visiva iraniana già ospite alle Giornate degli Autori 2017. Nel suo nuovo lavoro parla del valore politico della leggendaria cantante egiziana, simbolo di unità per l’intero mondo arabo. “Oum Kulthum racconta – è ancora oggi per tutto il mondo mediorientale un simbolo di solidarietà che mette d’accordo sunniti, sciiti, israeliani, palestinesi. Una sorta di icona sacra”. Il film proseguirà il tour nei musei italiani: il Madre di Napoli (28 ottobre); Pecci di Prato (29 ottobre); al Mambo di Bologna (30 ottobre) e Triennale di Milano (31 ottobre) …

“L’intergralismo è un fenomeno recente che è stato creato dall’Occidente. Non durerà a lungo. Ed è un vero peccato che si pensi solo a quello quando si parla del mondo arabo. Un mondo dalla straordinaria complessità culturale che ridurre all’integralismo è un vero errore”.

Shirin Neshat, infatti, minuta e grande artista visiva iraniana quel mondo lo racconta da sempre. Le sue donne velate, tatuate, coi fucili in primo piano hanno fatto il giro dei musei d’arte contemporanea più importanti del pianeta, facendole conquistare da una parte il consenso unanime della critica internazionale, ma dall’altra il divieto di rimettere piede nel suo paese.

E sì perché il percorso artistico di Shirin è guidato soprattutto da “un’ossessione”, raccontare le donne mussulmane, la loro forza, la complessità del loro universo, in barba appunto, ad ogni integralismo.

Ne è conferma questo suo nuovo film Looking for Oum Kulthum, dedicato alla leggendaria cantante egiziana che, ancora oggi, a distanza di oltre quarant’anni dalla sua morte (è scomparsa nel ’75) è ascoltata nell’intero mondo mediorientale e, le sue canzoni, sono state la colonna sonora delle “primavere arabe”.

Frutto di una coproduzione, con quota italiana (In Between Art Film e Vivo Film) Looking for Oum Kulthum non è il solito biopic tanto in voga di questi tempi. Ma un “film nel film” in cui assistiamo al percorso artistico, ma anche esistenziale di una regista ambiziosa, madre e moglie, che vuole girare un film sulla grande cantante, sottolineandone, appunto, i sacrifici vissuti in una società dominata dagli uomini.

“Oum Kulthum – spiega Shirin Neshat, affiancata dal marito Shoja Azari, in veste di sceneggiatore – è ancora oggi per tutto il mondo arabo un simbolo di solidarietà che tiene insieme sunniti, sciiti, israeliani, palestinesi. Una sorta di icona sacra, adorata da giovani e anziani. Le sue canzoni, spesso scritte da grandi poeti, parlano d’amore anche divino. E sono componimenti lunghissimi, che possono durare anche delle ore. L’effetto è quasi quello di una trance. Abbiamo visto a Vienna tanti profughi siriani rifugiati commuoversi e piangere ascoltando le sue canzoni”.

Un fenomeno unico quello di Oum Kulthum, dunque, che Shirin Neshat fotografa nel suo stile impressionista, attraverso la storia dell’Egitto, di cui ci racconta la monarchia di Faruq, poi la rivoluzione e la disastrosa sconfitta nella “guerra dei 6 giorni” con Israele. Ancora una volta, dunque, la grande storia raccontata attraverso la storia personale di una donna. Come nel precedente film, Donne senza uomini, in cui lo sfondo storico è quello del golpe della Cia in Iran del ’53 che riportò al potere lo Shah Palevi.

Perché anche in questo caso il contesto storico non è un dettaglio. “Oum Kulthum – prosegue Shirin Neshat – da grande cantante capace di toccare il cuore di tutti e di ogni classe sociale si è trasformata anche in grande patriota. È stata sostenitrice di re Faruq, ma poi anche della rivoluzione, così da diventare una fervida nazionalista durante la guerra cotro Israele”. Risultato, ai suoi funerali al Cairo, nel 1975, si riversarono quattro milioni di persone. Una folla così grande a un funerale, in Egitto, si era vista soltanto per il presidente Nasser.

Raccontare Oum Kulthum, dunque, per Shirin – e suo marito – “è un gesto politico. Intanto per vincere l’amnesia che, complice l’integralismo, ha cancellato la memoria. In Egitto le donne hanno ottenuto il diritto al voto ancor prima che in Svizzera – magnifico è il repertorio con le manifestazioni  d’epoca delle donne velate – e in quegli anni la società egiziana era evoluta e cosmopolita. Ma, soprattuto, in tempi di divisioni come in nostri, dove in Egitto la contrapposizione tra sciiti e sunniti non permette a noi iraniani di metterci piede, politico in sè è raccontare di Oum Kulthum, simbolo stesso dell’unione e della solidarietà di tutto il mondo arabo”.

 

 

Gabriella Gallozzi

Giornalista e critica cinematografica. Fondatrice e direttrice di Bookciak Magazine e del premio Bookciak, Azione!. E prima, per 26 anni, a l'Unità.

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