La vita “brûlante” di Romain Gary. Scrittore eroe amato (anche) dal cinema
Aviatore eroe, “gaullista” assoluto, console di Francia, autore e regista di successo, giornalista e romanziere di spicco, grande seduttore: è stato tutto questo Romain Gary (pseudonimo di Romain Kacew) figlio unico e amatissimo di Mina, attrice del teatro francese che da subito gli predisse un futuro radioso. Una vita appassionata e “brûlante” la sua, che nessuno avrebbe potuto immaginare finisse con un colpo di pistola. Una vita da cinema, infatti, da scoprire con la trasposizione del suo romanzo autobiografico, “La promessa dell’alba“, di Eric Barbier, atualmente in sala …

Figlio unico, nato a Vilnius nel 1914 da un padre pressoché sconosciuto e da Mina, attrice del teatro francese, madre amorevole ed esuberante che gli predisse un destino radioso di “eroe, grande scrittore, artista, ambasciatore di Francia, amato e adulato, con tutte le donne ai suoi piedi”, Romain Gary non la deluse mai, e ne esaudì tutti i desideri e anche di più.


Fu infatti aviatore eroe, “gaullista” assoluto, console di Francia, autore e regista di successo, giornalista e romanziere di spicco, grande seduttore, uomo di cultura al tempo stesso russa, ebraica, francese, americana, pronto a fare di tutto affinché la sua vita coincidesse “con il sogno ingenuo di colei che ama”. Il tutto nonostante la miseria, l’emigrazione, l’antisemitismo, la guerra e il nazismo.
Eppure, questo grande appassionato della vita il 2 dicembre del 1980 si sparò con un revolver calibro 38 nella sua abitazione parigina. Ai piedi del letto lasciò un enigmatico appunto “Giorno J. Nessuna relazione con Jean Seberg. I ferventi dei cuori infranti sono pregati di rivolgersi altrove”: la seconda moglie, l’attrice icona della “nouvelle vague” Jean Seberg appunto, la celebre Patricia di Fino all’ultimo respiro di Jean-Luc Godard e la protagonista di Gli uccelli vanno a morire in Perù, diretto proprio da Romain, si era data la morte l’anno precedente.

Lui non sembrava affatto un candidato al suicidio. E anche se a più riprese aveva lanciato anatemi contro la stupidità, l’ipocrisia, il conformismo, la disonestà intellettuale, in fondo si fidava dell’uomo e lo amava, specie nelle sue debolezze e, da combattente qual era, si sentiva in dovere di difenderlo. Ha rilevato la sua biografa Myriam Anissimov che Gary e Ajar (Émile Ajars è stato un altro suo pseudonimo) si traducono in russo rispettivamente con “brace” e “brucia”, entrambi termini o imperativi dai quali “non sono mai sfuggito, né nella mia vita, né nella mia opera”.
Nel romanzo La promessa dell’alba (1960) narra che, a tre riprese, aveva resistito alla tentazione del suicidio. In altre occasioni spiegò che non avrebbe mai voluto invecchiare: “Ho fatto un patto con quel signore di lassù. Lo conoscete? E con quel patto non sarei invecchiato mai”.

A sua madre, per ripagarla delle sofferenze, doveva almeno un capolavoro, oppure nulla. E La promessa dell’alba, portato sul grande schermo nel 1971 da Jules Dassin con Melina Mercouri nel ruolo della madre e oggi da Eric Barbier, è, per l’autore, “ispirato da elementi autobiografici ma non autobiografico”, e intende rendere omaggio a sua madre – principale protagonista – più che di ripercorrere la propria storia.
Nel 1925, madre e figlio si trasferirono a Varsavia, dove a scuola Gary veniva etichettato come “giudeo” e Mina “cocotte”. In quegli anni molte famiglie ebree fuggivano i pogrom e migravano verso la Francia, allora patria dei diritti umani. Tre anni dopo, pertanto, giunsero a Nizza, poveri ma salvi, sfuggendo senza saperlo al genocidio a venire.

Da allora, il ragazzo cercò in tutti i modi di realizzare le ambizioni della madre adorata, che però non fece in tempo a gioirne poiché morì nel 1941, mentre lui combatteva dall’Inghilterra e in Africa a fianco di de Gaulle. Di ritorno a Nizza alla fine della guerra, Gary venne a scoprire che era scomparsa più di tre anni prima, e che aveva incaricato un’amica di trasmettergli con regolarità le centinaia di lettere che aveva redatto per lui e che lo incitavano a lottare con coraggio.
È essenzialmente la storia il filo conduttore dell’opera di Romain: “tutti i miei libri si nutrono di questo secolo fino alla rabbia” affermava.
Iniziò a distinguersi come romanziere nel 1945 con, L’educazione europea sulla resistenza polacca, giudicato da Sartre uno dei migliori testi sul tema che gli valse il Prix des critiques; dieci anni dopo Le radici del cielo ottenne il Prix Goncourt: levando la voce contro lo sterminio degli elefanti, ci metteva in guardia dalla distruzione dell’ambiente, rivelandosi un ecologista ante litteram.

In seguito diede alle stampe, in media, un’opera all’anno. Amava creare i personaggi, lanciarli nelle avventure, scatenare passioni, osservare, criticare e correggere i costumi. A un’America che si incamminava verso il dubbio e la crisi dedicò Addio Gary Cooper (1969), e l’anno dopo alla lotta per i diritti civili Cane bianco.
Sperimentò tutti i generi letterari, dalla commedia leggera in Lady L., (1963), al romanzo politico – poliziesco Les têtes de Stéphanie (1974), apparso con lo pseudonimo di Shatan Bogat, ai duetti d’amore come Chiaro di donna (1977), adattato al cinema da Costa Gavras o ancora al progetto ambizioso della trilogia Frère Océan, che aveva introdotto con un saggio confuso dal titolo Pour Sganarelle (1965) in cui irrideva al “nouveau roman”.
19 Novembre 2020
Se Romain Gary parla barese. Simone Signoret passsa il testimone a Sophia Loren su Netflix
Dal 13 novembre su Netflix, "La vita davanti a sè" di Edoardo Ponti, nuovo…
17 Marzo 2019
Tutto su sua madre. Il melodramma vintage dello scrittore aviatore
In uscita il 14 marzo (per I Wonder Pictures), "La promessa dell'alba" di Eric…



