Addio Belafonte, il vero “patriota” che tra musica e cinema non ha mai smesso di lottare

Harry Belafonte è morto il 25 aprile, a 93 anni. Un attivista, prima di tutto, che fece scoprire agli Stati Uniti i suoni del Caribe con il suo Calypso, ma anche un grande attore e una figura al centro di tutto il dopoguerra d’oltreoceano. Per il cinema apparve in pochi ruoli, ma significativi. Non ebbe mai paura di prendere posizione, contro Bush come contro Obama, criticando anche l’embargo a Cuba (dove fece nascere l’hip hop)…

È sempre una questione di priorità, che non vuol dire stabilire cosa è stato una causa e cosa un effetto. Significa saper spiegare con precisione dove stanno le radici, da dove è scaturito tutto il resto. Harry Belafonte, morto il 25 aprile a 93 anni, questo lo aveva ben chiaro, guardando alla sua lunghissima carriera diceva sempre di essere un attivista e poi, in conseguenza, attore, cantante, performer per dirla all’inglese.

A guardare le coordinate della sua nascita non stupisce che abbia lasciato il solco che vediamo ancora oggi. Nascere ad Harlem negli anni ’20, nel 1927 a essere precisi, significava nascere nella capitale della cultura nera, nel posto in cui la cultura afroamericana stava sbocciando con tutta la sua comprensibile rabbia, disegnando mondi totalmente altri rispetto a chi li opprimeva.

Belafonte però a New York ci nacque e basta, infanzia e adolescenza le passò in Jamaica, paese d’origine di entrambi i genitori. Negli Stati Uniti ci tornò per fare il soldato, arruolato nei marines durante la seconda guerra mondiale. A conflitto finito rimase e scoprì il teatro, un colpo di fulmine immediato. Nel giro di pochissimo iniziò a lavorare e divenne allievo di Piskator, assieme a una generazione di spiantati che sognavano di recitare e che di lì a qualche anno ci sarebbero riusciti (Brando, Curtis, Poitier, giusto per dirne qualcuno).

La fama però non arrivò con Broadway. Nel 1956 fu la voce di Belafonte a far scoprire agli statunitensi i ritmi caraibici, il suo album Calypso fu un successo portentoso, più di un milione di copie vendute in un anno (fino a quel momento non c’era riuscito mai nessuno), e lo incoronò “Re del Calypso”. Qualcuno dice che aprì la strada al rock ’n’ roll, forse una disamina un po’ troppo generosa. Certo è che lo consacrò come uno dei punti d’aggregazione per tutto quel movimento carsico che sarebbe esploso di lì a poco.

L’iconicità di Belafonte forse è cresciuta col tempo proprio per questo, per la sua posizione nella storia culturale e artistica del dopoguerra. È difficile, forse anche impossibile, trovare una personalità decisiva che non abbia toccato. Nel 1962 gli serve uno che suoni l’armonica per un pezzo, gli si presenta Bob Dylan. Per pagarsi le lezioni di Piskator canta nei club, palchi in cui assieme con lui c’era gente come Miles Davis. E poi, ovviamente, Martin Luther King, di cui fu uno dei fedelissimi.

Belafonte entrò subito nei movimenti non violenti. Ancora prima del successo di Calypso aveva scelto di non esibirsi negli stati del Sud per protesta. Quando incontrò King gli si affidò istintivamente, “mi ha nutrito l’anima”, disse. L’impegno contro il razzismo fu la sua costante, sempre. Non a caso l’ultimo suo ruolo sul grande schermo rimarrà in BlacKkKlansman di Spike Lee (tratto dal libro di Ron Stallworth).

Dicevamo, è sempre una questione di priorità, per cui il successo in quel che fai non dovrebbe essere mai subordinato a quel che ritieni sia giusto fare. Belafonte non si è mai tirato indietro nelle sue dichiarazioni politiche, senza aver timore di risultare troppo netto. Disse di Powell, allora Segretario di Stato di George Bush, che era come quegli schiavi che invece di vivere nei campi vivevano nelle case, perché facevano esattamente tutto quello che il padrone bianco chiedeva. 

Più volte si espresse contro la politica estera statunitense. In particolare riguardo Cuba, per cui ebbe sempre, forse anche per un legame geografico, un grande rispetto. Parlò più volte con Fidel, fu uno strenuo oppositore del bloqueo, quando tornò nell’isola si trovò accerchiato da musicisti hip-hop che volevano ringraziarlo: aveva parlato di quella musica con Castro e subito dopo lui aveva aperto una divisione apposita nel Ministero della Cultura. Alla faccia di chi crede che la musica non può essere politica e viceversa.

Al cinema Belafonte non ebbe molti ruoli, era il teatro la sua patria d’elezione. In ogni caso abbastanza da entrare nella storia anche del grande schermo, lavorando con grandi registi, come Preminger, per cui recitò in Carmen Jones, il musical che riproponeva la Carmen di Bizet (nella foto). 

Per L’isola nel sole di Robert Rossen ricevette minacce di morte, colpevole di aver recitato la parte di un nero innamorato (e ricambiato) da una donna bianca, a riprova che il cinema sa essere campo di battaglia civile sempre, anche nelle cose minime. Nel 2014 l’Academy gli consegnò un Oscar onorario per il suo impegno umanitario, trasformandolo in un EGOT, come negli Usa chiamano chi ha vinto tutti i maggiori premi dello show business (Emmy, Grammy, Oscar e Tony).

In uno dei suoi discorsi pubblici, Belafonte disse che avrebbe voluto come epitaffio “un patriota”. Oggi, specie in Italia, questa parola sta tornando in voga, ma con significati riprovevoli. Invece “patriota” non è chi ciecamente segue la patria, ma chi, se vogliamo usare le parole di Don Milani, sa criticarla sapendo scegliere “tra la Patria e valori ben più alti di lei”. Anche questa è una lezione di attivismo, l’ultima che Harry Belafonte ci ha lasciato, ma, come al solito, preziosa.