“Blaxploitalian”, se pure il cinema italiano è “razzista”

Presentato alla Festa di Roma il documentario di Fred Kuwornu, dedicato ai tanti attori di colore che hanno partecipato alla storia del nostro cinema. Ma sempre relegati in ruoli stereotipati e marginali. Da qui la campagna contro la discriminazione nei film e in tv, United Artist for Italy

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È già contenuto nel titolo – Blaxploitalian, 100 anni di afrostorie nel cinema italiano, dove Blaxploitalian è la contrazione di tre parole, black, nero, exploitation, sfruttamento, e italian che ovviamente fa riferimento all’esperienza del nostro cinema – il senso del film documentario di Fred Kuwornu, regista italiano di origini ghanesi, nato e cresciuto a Bologna presentato in prima assoluta alla Festa di Roma.

Una cosa risulta chiara guardando Blaxploitalian, e anche leggendo i titoli di testa e di coda: gli schemi mentali scattano non solo quando si vede una persona che ha il colore della pelle diverso dal proprio, ma addirittura quando si sentono nomi dal suono esotico com’è appunto quello dell’autore del film.

Per cui occorre un vero e proprio sbalzo mentale, che poi altro non è che la rottura di uno schema precostituito, quando si sente parlare in perfetto italiano un uomo o una donna dalla pelle nerissima e dal cognome africanissimo (non tutti hanno avuto la sorte di essere adottati da una famiglia bresciana che si chiama Balotelli).

Oppure quando, come accade nelle interviste che compaiono nel film, si sentono parlare attori e attrici dalla pelle scura con un forte accento romano. È un po’ come osservare la prospettiva del Borromini a palazzo Spada, o la Camera di Ames al museo della mente di Roma, due esperienze assolutamente consigliabili a tutti: scegliendo un’interpretazione più conforme alla nostra esperienza, la nostra mente “preferisce” vedere uomini (o statue) con altezze bizzarre piuttosto che un ambiente difforme da quello a cui è abituata.

Lo stesso avviene nel cinema, e nella vita di tutti i giorni. Siamo abituati – noi bianchi – a confinare le persone provenienti da altre culture, nei ruoli che ci hanno tramandato la scuola, la cultura e le convenzioni tradizionali, ruoli in gran parte stereotipati o di secondo piano che nei film significa: clandestino, rifugiato, spacciatore, prostituta. Anche se nel frattempo il mondo intorno a noi è completamente cambiato.

Di tutto ciò il film di Kuwornu offre ampia testimonianza. Raccontando dei circa 500 attori neri che hanno  contribuito alla storia del cinema italiano, dalla prima apparizione in Salambò del ’15, passando per il neorealismo, poi i ’60/70 con i kolossal, poliziotteschi e i soft-core (con Zeudi Araya, Ines Pellegrini, nella foto). A seguire con Iris Peynado fedelissimo dei film di Benigni e Troisi; fino agli anni ’90 in cui gli attori di colore (tra gli altri Livio Beshir, Denny Mendez, Germano Gentile, Salvatore Marino, Jonis Bascir) sono relegati, come si diceva, nella parte degli immigrati.

Non è un caso che ora, seppure con grave ritardo, gli Stati Uniti stiano prendendo coscienza di una lunga storia di discriminazione e di ghettizzazione culturale nel cinema, come testimoniano le prese di posizione e le proteste contro gli stereotipi razziali alla vigilia dell’assegnazione degli Oscar 2016.

In occasione della prima del film il regista Fred Kuwornu e un centinaio di attori, registi, scrittori italiani di diverse origini etniche e gruppi d’appartenenza, tra cui l’ex Miss Italia Denny Mendez, Jonis Bascir, Salvatore Marino, Iris Peynado, Soul System, Taiyo Yamanouchi, Jun Ichikawa, Harold Bradley si sono incontrati per chiedere all’industria cinematografica e televisiva italiana “una rappresentazione dell’Italia più plurale e inclusiva”. Per questo hanno anche lanciato una campagna sotto la sigla di United Artist for Italy, visibile sui social media.