“Diario di una cameriera” di Octave Mirbeau. Ecco perché il libro fece scandalo (pensando al film di Radu Jude)

In occasione del passaggio a Cannes di “Journal d’une femme de chambre” rilettura cinematografica, provocatoria ed effervescente, del rumeno Radu Jude del celebre romanzo di Octave Mirbeau, vi proponiamo la recensione del libro. Un testo satirico e crudo che, attraverso lo sguardo lucido e implacabile di Célestine – la cameriera – svela la corruzione, le perversioni e l’ipocrisia della borghesia francese di fine Ottocento. “Diario di una cameriera” (pubblicato nel 1900 in pieno affare Dreyfus), pur in uno stile leggero e ironico, intende denunciare un sistema sociale basato su una moderna forma di schiavitù…

“Per quanto infami possano essere le canaglie, non lo saranno mai quanto le persone oneste”: avverte fin dall’inizio, la protagonista Célestine, che quanto proporrà al lettore sarà poco brillante, un ritratto lucido, spietato e senza orpelli della borghesia presso la quale ha prestato servizio in qualità di domestica.

L’autore di Il diario di una cameriera (1900) Octave Mirbeau (1848 – 1917) fu giornalista, scrittore, critico d’arte, drammaturgo, saggista e reporter di viaggio, esponente dell’Impressionismo e dell’Espressionismo letterari nonché temuto autore di pamphlets; pubblicò opere tradotte in trenta lingue.

Redasse una quindicina di romanzi come ghostwriter, ed esordì ufficialmente nel mondo della letteratura con Il calvario (1886).  Due anni dopo pubblicò, ispirato da Dostojevski il “prefreudiano” Il reverendo Jules (Marsilio 2003) su uno spregevole prete vittima della nevrosi.

Il diario di una cameriera (tradotto da Luisa Moscardini, Elliot 2015, 355 pp.), più volte pubblicato in Italia a partire dal 1901 e sotto diversi titoli, fra cui Le memorie licenziose di una cameriera (Sonzogno 1986) è infatti un testo satirico e crudo che, attraverso lo sguardo lucido e implacabile di Célestine, svela la corruzione, le perversioni e l’ipocrisia della borghesia francese di fine Ottocento: da Parigi alla Normandia, passa da una famiglia all’altra senza mai trovare un ambiente che le consenta di restare, sia per le continue angherie delle padrone di casa, sia per le avances dei viscidi mariti.

La protagonista assiste “dalle cucine” alle violenze e sordidezze di una società decadente e vive in prima persona lo sfruttamento, la vacuità e le perversioni della vita borghese e aristocratica: dai notabili Monteil, mentre la figlia algida e frigida, si impegna nell’ossessiva pulizia dei soprammobili, l’anziano padre Rabour pretende che la cameriera gli si presenti calzando stivaletti con i quali poi si ritira in camera da letto, finché non lo trovarono morto abbracciato proprio agli stivaletti.

Sullo sfondo della provincia e del “bel mondo” con i suoi giardini curati, le cene di rappresentanza, i delitti sordidi, le violenze insabbiate, l’antisemitismo dilagante – siamo nel pieno dell’affare Dreyfus di cui Mirbeau fu fervente sostenitore – Diario di una cameriera, pur in uno stile leggero e ironico, intende denunciare un sistema sociale basato su una moderna forma di schiavitù.

Pubblicato per la prima volta in volume nel 1900 dopo essere apparso a puntate su un paio riviste, il romanzo ebbe un impatto fortemente sovversivo per aver affidato a una semplice cameriera il ruolo di protagonista e osservatrice di una società ipocrita e corrotta, dando così voce a un intero ceto sociale fino ad allora ignorato dalla letteratura, e affidando la sua denuncia a un personaggio tutt’altro che innocente. Ma “non è colpa mia se le anime, di cui si trappano i veli e che si mostrano a nudo, emanano un così forte odore di marciume” constata con apparente ingenuità.

I lettori accolsero Diario di una cameriera con sdegno e sgomento: non soltanto perché la società francese di inizio secolo si trovava messa sotto accusa, ma soprattutto per via della figura di Célestine che rompeva gli schemi convenzionali dell’epoca nei confronti del sesso.

Consapevole del proprio fascino erotico, la calcolatrice cameriera lo sfrutta per aggirare i padroni e raggiungere i propri scopi, in un estremo quanto vano tentativo di pareggiare i conti rispetto agli abusi subiti sul lavoro, e non solo: l’orfana Célestine, a cui l’autore non ha ritenuto opportuno attribuire un cognome, è infatti stata deflorata a dodici anni “per un’arancia” da un essere disgustoso.

Dopo vent’anni di umiliante servizio, soggiogata dal fascino dell’enigmatico Joseph, il giardiniere-cocchiere, antisemita e accanito ‘antidreyfusardo’, sospettato dell’assassinio di una ragazzina dopo averla violentata, lungi dal provare repulsione nei suoi confronti, si sente ancora più attratta da lui e lo segue “anche nel crimine”, ammette in conclusione del Diario.

Quando Joseph riesce a rubare l’argenteria degli aristocratici padroni, si arricchisce e apre una propria attività a Cherbourg, lo sposerà e gestirà con lui il piccolo caffè “dei suoi sogni”, frequentato dai nazionalisti della città. Diventata padrona a sua volta, si darà da fare per maltrattare le sue dipendenti.

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