Film da (ri) scoprire. Luisa Bonfanti, una Forrest Gump in corsa tra cinema, utopie e delusioni

Il 28 luglio (ore 21) proiezione all’Arena Ettore Scola alla Casa del Cinema di Roma di “La vera storia di Luisa Bonfanti”. Il regista Franco Angeli adatta la sua omonima pièce e propone un meta-racconto dell’Italia e del suo cinema dalle lotte degli anni ’60-’70 alla crisi degli anni ’80. Attraverso la parabola di un’immaginaria attrice (Livia Bonifazi) che come una sorta di Forrest Gump, da comparsa, ha attraversato correndo quel cinema e quell’epoca con la loro stessa velocità inquieta e irriverente. Tra finzione fuori dagli schemi e materiali dell’archivio AAMOD, un ritratto ironico e amaro delle utopie e delle contraddizioni di un’epoca ancora capace di produrre “folgorazioni”…

È La vera storia di Luisa Bonfanti quella che ci racconta il film omonimo scritto, diretto e montato da Franco Angeli, prodotto da Giampiero Preziosa e Marco S. Puccioni  per Inthelfilm (in collaborazione con AAMOD e Fondazione Annamode) e tratto dall’omonima pièce dello stesso Angeli (che debuttò nel 2001), parte del progetto teatrale di Ettore Scola “Il Piccoletto di Roma”. Ma chi è Luisa Bonfanti?

È stata un volto del grande cinema italiano tra gli ani ’60 e ’70, anche se mai baciata dalla notorietà di una diva. È stata un’attrice porno dei primi anni ’80, con lo pseudonimo di Lucy Fox. È stata una figlia delle borgate romane quando ancora queste ispiravano la poetica di Pier Paolo Pasolini, una donna militante e innamorata in un periodo dove la Storia (in Italia e non solo) sembrava procedere in avanti, verso un diverso modo di concepire la società e la vita. È stata, infine, una donna infelice, delusa, sola, morta a 36 anni il 10 giugno 1984, poche ore prima di Enrico Berlinguer, dopo essersi sparata un colpo di pistola nella stanza di una pensione, come sappiamo dall’inizio del film.

Luisa Bonfanti è un personaggio immaginario, eppure vero(simile). Perché una Luisa Bonfanti avrebbe potuto essere, forse è stata, certamente diverse donne di allora sono state un po’ lei. E perché veri sono i frammenti, nomi, titoli che ne compongono il ritratto: immagini di repertorio, sequenze reali o presunte di film, testimoni veri e straordinari della galassia di politica e celluloide che fu, come i registi Ettore Scola e Citto Maselli – esilaranti nello stare al gioco -, il capogruppo Antonio Spoletini, il sindacalista Otello Angeli nonché padre dell’autore.

È Luisa Bonfanti, nella parabola ipotetica del lungometraggio che la ricorda, ad aver preso gli “sganassoni” dal geloso Marcello Mastroianni al posto di Monica Vitti in Dramma della gelosia. O ad aver interpretato la compagna dell’attivista accusato dell’omicidio di Florinda Bolkan in una sequenza tagliata di Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto.

È lei, insomma, la Forrest Gump di quel cinema e di quell’epoca: perché, da comparsa, li ha attraversati correndo, con la loro stessa velocità inquieta e irriverente. Ma, più che incidere su di essi come il giovane fuori dal comune di Tom Hanks, Luisa, donna comune ancorché irripetibile nella sua disperata unicità, ne è stata incisa. “Folgorata” (come dice lei stessa) ancora ragazzina, sul piano esistenziale e politico, dall’incontro con la troupe di Accattone, ha seguito, assorbito ed espresso le vicissitudini di un Paese e di un’industria, in una parabola di evoluzione, lotta e conquista che si è fatta involuzione, resa e nuova espropriazione.

Dalle battaglie per il divorzio, i diritti sul lavoro e l’autodeterminazione dei popoli tra Vietnam e Cile, all’acquitrino del craxismo e del tele-edonismo alienante (già berlusconiano). Dalle utopie dell’arte e dei sessi liberati alla loro parodia nel neocapitalismo alienante che fa dei corpi il primo oggetto di consumo. La morte di Luisa è lo sprofondare di un’Italia a cui viene tolto (o da cui è migrato) il vocabolario stesso per significare un’alternativa: «Come si dice quando si vuole dividere equamente il lavoro e la ricchezza prodotta? Comunismo? Che brutta parola!».

Quello di Franco Angeli (già regista, tra gli altri, de La rentrée, I Kindeswhol- il bene del bambino, il doc collettivo Lettere dalla Palestina, e aiuto di Scola, Bernardo Bertolucci, Alberto Sironi) è insomma un meta-viaggio, ironico e amaro, nel nostro passato. Un memoriale post-mortem che ha la sua maggiore forza nell’uso non convenzionale del materiale offerto dall’AAMOD (Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico). Rielaborato in una narrazione difficile da ingabbiare in un genere, dove la finzione si fa (auto)analisi brechtiana incurante della quarta parete, e il document(ari)o si gioca tutto nella zona grigia tra verità collettive e singolarità immaginate.

La protagonista Livia Bonifazi (già nell’opera prima del marito Angeli, La rentrée) aderisce perfettamente a questo caleidoscopio di forme e formati audiovisivi, che si fa ora rievocazione pasoliniana ora commedia grottesca, ora fumetto ora videoclip (per le canzoni di Fabrizio Gatti), ora teatro epico ora melodramma nella love-story col pittore estremista Walter (Stefano Pesce). A restituire la vitalità radicale di una stagione ripercorsa nelle sue utopie e contraddizioni, vittorie e disillusioni. E, soprattutto, nella sua capacità di generare quella che Luisa chiama «folgorazione», ovvero «un baratro tra ciò che credevi di essere e ciò che sarai in futuro». Qualcosa di cui dovremmo riappropriarci.