Il bambino conteso. La favola buona di Naomi Kawase arriva in sala

In sala dal 13  gennaio (per Kitchen Film) “Asa Ga Kuru” della pluripremiata Naomi Kawase, qui alle prese con l’adattamento dell’omonimo racconto del 2015 di Mizuki Tsujimura. Una maternità da adolescente, un’adozione e la ricerca di riavere il bimbo da parte della mamma-bambina. Una bellissima favola con lieto fine come ogni favola. Passato alla Festa di Roma, dopo la presentazione a Toronto (si tratta di uno dei titoli di Cannes Label) …

Soffre più l’abbandonato o chi abbandona (dolore assai frequentato nei menu letterari, al cinema e, naturalmente, nelle chaises longues degli strizzacervelli)?

Nel film Asa Ga Kuru (True Mothers) (che causa Covid è scivolato da Cannes alla Festa di Roma dopo il passaggio a Toronto), bellissima favola della pluripremiata Naomi Kawase – regista, sceneggiatrice, montatrice, fotografa, produttrice giapponese e, come se non bastasse, anche autrice di due libri – la prima è lei, ora cinquantenne, a portare ancora le cicatrici di questo dolore. Abbandonata da piccola dai genitori e tirata su dai nonni, di questa ferita ha lasciato tracce in molte delle sue riuscite opere, in prevalenza autobiografiche.

Stavolta ha preso spunto da un omonimo racconto del 2015 di Mizuki Tsujimura.
Ma qui chi soffre di più è chi abbandona: in questo caso una ragazzina che aspetta un bimbo da un compagno di scuola con cui divide un grande, immaginato eterno, primo amore, ed è costretta dai futuri nonni – certo meno accoglienti di quelli della Kawase – a darlo, appena nato, in adozione.

Verrà mandata ad Hiroshima in un isolotto dove una donna ha creato la sede del suo Baby Barton, una casa sul mare per fanciulle in attesa di bambini che troveranno, grazie a lei, dei nuovi genitori.

La deliziosa creatura, fresca di nascita e abbandono, apre perciò gli occhioni a mandorla tra le braccia di una coppia di sposi che hanno fatto davvero proprio di tutto e inutilmente per avere un bambino. E hanno accettato felici questa soluzione, compreso l’obbligo – imposto dalla regola dell’ideatrice del progetto – che uno dei due, in caso di adozione, abbandoni il lavoro per occuparsi del figlio adottivo.

A farlo sarà ovviamente Sakoto, la moglie, che il desiderio di maternità lo coltiva da sempre. E che in effetti sarà una madre perfetta: equilibrata e profondamente coinvolta e affettuosa. In questo caso perciò il bimbo, pur se informato fin da piccolo del fatto che a metterlo al mondo è stata un’altra mamma di Hiroshima, è pienamente felice.

Finché un giorno a Tokyo, al trentesimo piano, nel loro appartamento, per quest’altezza definito di famiglia benestante, non squilla il telefono. E la chiamata è della mamma di Hiroshima.

Il film è costruito, con una grazia nel raccontare le emozioni che forse solo i giapponesi hanno – penso a Yoji Yamada, ai suoi ritratti familiari, ad esempio – e penso anche al rituale di distanza e profonda attenzione con cui mantengono e descrivono i rapporti.

Si parte nel buio col rumore notturno del mare. Che scopriremo di Hiroshima. Poi il primo tempo è dedicato interamente alla giovane coppia desiderosa di costruirsi una famiglia, e a tutto il loro dolore per i loro insuccessi. Frutto dei loro sguardi, dal perfetto sentire dei due bravissimi attori.

Il secondo, invece, ha in primo piano il percorso dell’adolescente Hikari, alternato alla fine, ormai ventenne, con quello della famiglia adottiva.

Ho definito Asa Ga Kuru una bellissima favola, perché la storia, commuovente, finisce bene – come è dovere di ogni favola – perché la maggior parte delle persone che ne fanno parte sono buone, tranne forse i genitori della povera Hikari (non li auguriamo a nessuno) che però, in quanto cattivi, sono da sempre indispensabili in ogni tipo di favole. E perché anche la canzone che chiude il film, cantata pure dal bimbetto adottivo con occhioni a mandorla, sembra perfetta per un film d’animazione.