Il prezzo dell’amicizia degli ex ragazzi del boom

È “Uno per tutti” il romanzo di Gaetano Savatteri che ha ispirato il film di Mimmo Calopresti. Tre amici cresciuti insieme nelle periferie milanesi degli anni Sessanta si ritrovano da adulti, apparentemente, per una notte brava. Ma c’è molto di più…

846_ferracane,_panariello_e_trabacchiL’amicizia al tempo delle lavatrici. Meglio: l’amicizia al tempo in cui si pagavano le ultime rate delle lavatrici. E già si cominciava a fare i conti col lavoro che non c’era più, si cominciava a fare i conti col benessere raccontato da Carosello ma che restava sempre lì, distante. E già ci si chiedeva come si sarebbe fatto a pagare le ultime rate. Un’amicizia nata alla fine del boom economico.
Uno per tutti, di Gaetano Savatteri (2008, Sellerio) è soprattutto questo: la storia di un’amicizia. Tutta al maschile.
Certo, se si volesse inseguire il mainstream si potrebbe dire che è anche una storia che comincia dalle banlieues. Parola abusata in questo periodo. Anche se qui si tratta delle banlieues milanesi. Dove i migranti non vengono da un altro continente, ma dallo stesso paese: il Sud d’Italia. Sicilia, Calabria, Puglia.

images-6Ma Savatteri non ha pretese sociologiche. Il disastro di quegli anni e di quegli insediamenti alle porte della più grande città italiana – a Satellite, in via Puccini 2 – è tutto nel malessere che prese la mamma di uno dei protagonisti – che veniva dalle campagne siciliane – alla vista di quello squallore urbano. Attribuendone però la colpa al suo essere incinta. È tutto in due righe: “Otto palazzi di otto piani ciascuno, affiancati l’uno all’altro”.
Ed è qui che nasce la vicenda. Di una piccola banda giovanile, i cui genitori non vivono nel lusso ma ce la fanno. A stento ma ce la fanno.
Una piccola banda di adolescenti, coi miti di allora. Con le piccole trasgressioni di allora.
Fino all’ultima sera, nella quale uno dei ragazzi viene a sapere dai genitori che tornerà in Sicilia. Per sempre. L’ultima sera con gli amici si trasforma però in tragedia. Un gioco estremo diventa una disgrazia.
Anche nell’incedere narrativo – fra flash back e attualità – a quel punto, il libro segna la svolta: la fine dell’adolescenza. Ognuno prenderà una strada diversa, si allontaneranno. Vivranno vite diverse.
Poi, passati decenni, uno di loro li riconvocherà a Milano. Apparentemente per una notte brava, di eccessi, di ricordi. Di caos e di racconti di speranze in frantumi.
Apparentemente, però. Perché la nottata trasgressiva, serve solo ad uno di loro – in difficoltà – a chiedere un favore agli altri. Un favore al limite e oltre il lecito. E Giò – la voce narrante della storia – accetterà.
Ma questa è la trama. Che si sviluppa e finisce con colpi di scena. Anche nelle ultime righe.

Di più però conta il metodo scelto per raccontare. Fatto di piccole fotografie. Che si inseguono, si sovrappongono, si intersecano. Foto prima in bianco e nero: il grosso e forzuto facchino del negozio di elettrodomestici – a due passi da via Puccini 2 – che ogni fine settimana in quei grigi palazzi porta per le scale gli elettrodomestici comprati a rate. Esclusivamente comprati a rate, forse perché il proprietario non si fida di chi può pagare in contanti. E poi le foto di Roma, a colori, dove la vicenda sembra concludersi. “Passa una ragazza, scarpe da jogging e tuta attillata… I piccioni scendono a raccattare le briciole”. Una città dove tutto può succedere, dove nessuno perde neanche più tempo a raccontare il disastro delle periferie. Dove però la lealtà di un’amicizia può far cominciare un altro capitolo.