“Il sapore dello sharbat. Quello che le bombe su Teheran non potranno distruggere”

Le bombe israelo-americane, le vittime civili, la distruzione sistematica del patrimonio, della cultura, del paesaggio iraniani, mentre l’apparato repressivo del regime continua a funziona benissimo. La regista Sepideh Farsi racconta l’angoscia di questi mesi e dei ricordi e della memoria del suo paese che corrono in aiuto. Come quella “bevanda magica” coi semi di sharbat, che le dava sua madre per calmare la tosse nelle notti invernali. “Gesti e racconti ancestrali che nessuna bomba potrà cancellare dalla memoria del mondo”. Pubblichiamo l’articolo per gentile concessione di “le monde” dove è apparso lo scorso 15 aprile …

Lo scorso 3 aprile era il tredicesimo giorno del nuovo anno iraniano, ovvero il giorno in cui si restituiscono alla terra i semi fatti germogliare per Nôrouz (il capodanno persiano -n.d.r.), esprimendo un desiderio. Gli iraniani dicono che porta sfortuna non compiere questo rituale. Quest’anno, per la prima volta nella mia vita, non ho trovato il modo di restituirli alla terra perché il mio spirito, bloccato sulla sequenza distruttiva che vive l’Iran, non sapeva cosa chiedere alla terra.

Dopo il trauma causato dal massacro del regime, l’8 e 9 gennaio, sono arrivati gli attacchi israelo-americani a partire dal 28 febbraio e le notizie delle distruzioni hanno presto cancellato il passeggero sollievo provato all’annuncio dell’eliminazione del tiranno Khamenei. La Repubblica Islamica, pur decapitata, funziona. Arresti di dissidenti, esecuzioni di prigionieri politici e pressione sulla popolazione: l’apparato repressivo è perfettamente operativo. Le guardie sono persino passate in primo piano.

Ma le bombe non fanno differenza tra militari e civili. Fin dal primo giorno, a Minab, un attacco americano contro una scuola elementare ha ucciso quasi 200 bambini. Gli annunci dei primi giorni sullo scopo «umanitario» degli attacchi lasciano ben presto il posto a una litania di obiettivi militari raggiunti o sperati in Iran. Eppure c’è un altro dramma, più profondo e dagli effetti nefasti più duraturi, di cui quasi non si parla: la distruzione quasi sistematica del patrimonio, della cultura, del paesaggio iraniani ad opera delle bombe.

Fine marzo, una scuola di musica a Teheran viene presa di mira da un drone. Qualche giorno dopo, si vede una colonna di fumo elevarsi verso il cielo, tra le cupole delle due moschee dell’epoca safavide sulla piazza Naqsh-e Jahān di Isfahan. In un altro scatto ancora, il suolo cosparso di frammenti di vetri e specchi colorati che rendevano celebre il palazzo del Golestan, uno dei più antichi di Teheran.

Alle immagini della distruzione dell’Iran si aggiungono presto quelle delle centinaia di migliaia di sfollati nel Sud del Libano e di interi palazzi che, presi di mira dall’esercito israeliano, crollano a Beirut. Un mattino, si apprende dal post di Ahmad Kiarostami che la sua casa d’infanzia — quella che ricordano tutti coloro che hanno un giorno discusso di un progetto cinematografico con suo padre, Abbas Kiarostami, nel cuore di quel quartiere dove furono girate le scene di Ten — è stata colpita nel bombardamento del quartiere di Chizar. Frammenti di memoria del cinema mondiale sono stati scossi.

Il giorno seguente, vedo fotografie del quartiere della mia infanzia, Abbas-Abad. Il volto di una donna, grigio di polvere, mi perseguita. È china su quello che, un attimo prima, doveva essere il telaio di una finestra. Sembrava un quartiere di Gaza. È spaventoso vedere quanto tutte le rovine di guerra si assomiglino.

Un altro giorno, è il turno delle università ad essere prese di mira. Prima quella di «Scienze e Tecnologia», poi quelle di Sharif e Beheshti, quindi l’Istituto Pasteur, il più grande centro di epidemiologia in Iran, e la fabbrica farmaceutica, il che rende ormai l’Iran dipendente dagli altri per vaccinare la propria popolazione.

Il 2 aprile, fu il doppio attacco americano sul ponte B1 che, quasi ultimato, avrebbe presto collegato Teheran a Karaj. Il primo attacco distrugge il ponte, il secondo travolge le squadre di soccorso. Un «double tap», nel gergo militare. Donald Trump commenterà l’evento annunciando la sua volontà di «riportare gli iraniani all’età della pietra, a cui appartengono».

Infine, in un ultimatum lanciato la domenica e reiterato il lunedì dopo aver inaugurato la caccia alle uova di Pasqua nel giardino della Casa Bianca, Donald Trump minaccia: «un’intera civiltà morirà stanotte». Il mondo attonito trattiene il respiro, chiedendosi se l’uomo stia parlando di ricorrere all’arma nucleare. Una frase apparentemente del tutto insensata, ma che in un mondo governato da Trump affiancato da Musk, che ha visto il genocidio dei palestinesi in diretta e ha lasciato fare, che ha assistito al sequestro del presidente venezuelano in un’operazione commando degna di una distopia americana e ha scelto di tacere, diventa possibile.

Ascolto Kaveh Madani, vincitore iraniano del Premio Stoccolma per l’acqua nel 2026, spiegare che anche ammettendo che gli attacchi alle riserve di petrolio a Teheran fossero inevitabili, sarebbe stato possibile almeno proteggersi dalla pioggia acida caduta sugli abitanti della città dopo gli attacchi israelo-americani. Lui, che parla della pioggia acida dal suo esilio, ma le cui parole traboccano d’amore per la sua terra natale.

Cerco frammenti di ricordo a cui aggrapparmi per calmare la mia angoscia. A casa mia, in fondo a un cassetto, scovo una vecchia ciotola di terracotta. Quella di cui si serviva mia nonna per versarsi acqua sulla testa quando andava all’ hammam. Ciotola che ho ricevuto da mia madre come ricordo e che lascerò sicuramente a mia figlia. Un oggetto senza grande valore, che ha viaggiato da Guchan fino a Parigi, e che custodisce da solo la storia di quattro generazioni di una famiglia sparsa su due continenti.

Contiene dei semi di “sharbat” (una particolare varietà di basilico da bevanda, ben diverso dal nostro -n.d.r. -). Minuscoli semi neri che gli iraniani adorano. Ne immergo un piccolo pizzico in acqua tiepida e aspetto. A poco a poco, un involucro bluastro si forma intorno ai semi, che cominciano a galleggiare nell’acqua. Avvicinando l’occhio al bicchiere, sembrerebbero piccole navicelle che fluttuano nello spazio. Uno spettacolo degno di un film di Miyazaki, ma che per me evoca un ricordo d’infanzia. Il mio pensiero vola verso Teheran, dove durante le lunghe notti invernali mia madre calmava le mie crisi di tosse facendomi bere sorso dopo sorso una pozione magica: quella dei «quattro semi». Questi stessi semi con cui in Iran si prepara una bevanda rinfrescante per dissetarsi d’estate. Altrettanti gesti e racconti ancestrali che nessuna bomba potrà cancellare dalla memoria del mondo.

Il mio spirito viaggia ancora, questa volta verso un futuro prossimo. Verso un Iran liberato dalla Repubblica Islamica, in cui una giovane donna americana percorrerebbe la piazza Naqsh-e Jahān per ammirarne la bellezza, dissetandosi con un bicchiere di sharbat. Guarderebbe i semi neri galleggiare pensando a suo nonno, Donald, che non ha mai visto l’armonia quasi perfetta di quella piazza, né quel paese che altrimenti non avrebbe mai minacciato di cancellare.


Sepideh Farsi

Regista della diaspora iraniana da decenni attiva in Francia, attraverso documentari e film dove le donne sono protagoniste. Tra i suoi titoli più recenti "Your Soul On Your Hand and Walk", doc manifesto in memoria di Fatma Hassona, la giovane fotoreporter uccisa a Gaza dagli israeliani.

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