L’affondo di Trump su Hollywood dietro alla fusione Warner-Paramount. E il mondo del cinema insorge
Tra gli ultimi Robert De Niro e Sophia Coppola, ma sono oltre 4mila i firmatari della lettera-apello contro la vendita (per 110 miliardi di dollari) della Warner Bros a Paramount. Una fusione – denunciano – che non solo mette a rischio la libertà di espressione degli autori ma anche gli stessi posti di lavoro. Mentre il nuovo colosso si inserisce a pieno titolo nell’ ecosistema politico statunitense trumpiano…

110 miliardi di dollari, 4194 firme e un’idea sempre più fragile di libertà culturale. Non sono “alcuni artisti preoccupati”. Non è la solita élite che difende se stessa.
Sono oltre 4000 gli addetti ai lavori, tra attori, registi e sceneggiatori, produttori — da Joaquin Phoenix a Jane Fonda, promotrice del Committee for the First Amendment, passando per Denis Villeneuve, fino a Robert De Niro, tra gli ultimi firmatari e che già si occupa da più di un anno di una personale campagna di opposizione e resistenza contro Donald Trump — che hanno firmato una lettera pubblica contro la fusione tra Warner e Paramount. E non parlano solo di cinema d’autore. Parlano di mercato. Di lavoro. Di emendamenti. Di Costituzione. Di sopravvivenza.
Nella lettera, il contenuto è semplice quanto chirurgico: meno lavoro, meno film, meno libertà. Una fusione di questa portata avrebbe un’onda d’urto tale da compromettere non solo una riduzione esponenziale di opportunità per i creatori, ma anche meno posti di lavoro nell’intero ecosistema produttivo, costi più alti per il pubblico e una crisi drastica dell’offerta globale. Ma soprattutto emerge nella missiva una frase che risuona come un’eco in una galleria e tuona come una sentenza: “Un numero ristretto di entità decide cosa viene realizzato.” Tradotto: il problema non è solo economico. È chi decide cosa potrà esistere e cosa no
La fusione da circa 110 miliardi di dollari non è solo grande, infatti, è strutturale. Secondo la stessa lettera, ridurrebbe le grandi case di produzione cinematografica statunitensi a sole quattro. Quattro: Paramount in testa, Disney, Universal e Sony. In un’industria che plasma l’immaginario globale. E ogni volta che il numero si restringe, il pluralismo non si adatta: collassa.
Ad inquietare ancora di più non è l’emergere di uno spettro che si credeva estinto, come il codice Hays e il maccartismo di un tempo, ma qualcosa di meno evidente al pubblico di non addetti ai lavori. La papabile nuova direzione — che vedrebbe al vertice David Ellison, erede miliardario, uomo di industria ma anche figura sempre più organica all’ ecosistema politico statunitense trumpiano — non impedirà né censurerà nessun film, semplicemente non finanzierà. Del resto oggi il controllo non passa più dal divieto. Passa dal budget. La censura, insomma è del mercato.
La lettera lo dice già chiaramente: l’industria è già sotto pressione. Negli ultimi anni, di fatto, sono meno i film prodotti, meno le varietà di storie finanziate, maggiore l’accentramento oligarchico. E la risposta qual è? Unire altri due colossi. È come curare una monocultura eliminando le ultime specie rimaste.
Nessuno parla di un cinegiornale di regime. Quello sarebbe quasi rassicurante, perché riconoscibile. Il rischio è qualcosa di molto più contemporaneo: contenuti apparentemente neutri, narrazioni addomesticate, conflitti ridotti a intrattenimento, complessità filtrata da algoritmi. Non propaganda esplicita. Egemonia silenziosa. Il mancato finanziamento del doc su Regeni qui in Italia non racconta del resto una strategia simile?
E cosa succede mentre i più noti attori, registi e sceneggiatori Usa lanciano il loro grido d’allarme, mentre il procuratore generale della California, Rob Bonta, cerca di mettere un freno allo strapotere di Trump in tutte le sue espressioni, il sistema va avanti comunque. Perché il punto non è più fare cinema. È gestire proprietà intellettuali su scala globale. Con buona pace per la libertà di creazione ed espressione. Per quello basterà un consiglio d’amministrazione.
Ivan Selva
Ivàn (si legge Ivàn) Selva è fotografo e docente di audiovisivo. Si occupa di linguaggi dell’immagine e scrive di cinema, con particolare attenzione al rapporto tra realtà e rappresentazione.
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