La scomparsa di Alexander Kluge. L’ultimo gigante rivoluzionario del cinema tedesco (passato dalle Giornate degli Autori)
Bastano un paio di titoli per dire il valore culturale e sperimentale del suo cinema: “Artisti sotto la tenda del circo: perpless” Leone d’oro a Venezia 1968 e “Nachrichten aus der ideologischen Antike: Marx/Eisenstein/Das Kapital”, nove ore e mezza in cui reinventa il progetto incompiuto di Ėjzenštejn di filmare Il Capitale di Karl Marx. È scomparso a 94 anni Alexander Kluge regista e scrittore tedesco “il cui lavoro di parole e immagini può essere considerato la continuazione della critica della Scuola di Francoforte”. Così come dal catalogo delle Giornate degli Autori, sezione autonoma e indipendente della Mostra che l’ha ospitato l’ultima volta …

Esponente di punta del Nuovo Cinema Tedesco, scrittore, intellettuale militante e figura centrale della cultura europea del dopoguerra. È morto a 94 anni, il 25 marzo a Monaco di Baviera, Alexander Kluge.
Nato nel 1932 a Halberstadt, Kluge segnò profondamente la propria visione del mondo già in adolescenza: a 13 anni sopravvisse a un bombardamento durante la Seconda guerra mondiale, esperienza destinata a influenzare tutta la sua produzione intellettuale e artistica.
“Il suo imponente lavoro fatto di parole e immagini può essere considerato la continuazione della teoria critica della Scuola di Francoforte”. Da giovane è definito come il figlio prediletto di Theodor Adorno (Oskar Negt). I motivi, gli argomenti e le strategie formali del cinema radicale di Kluge sollevano necessariamente molti interrogativi sulla rappresentazione e sul genere, sulla storia e sulla memoria, sulla teoria e il rapporto che intrattiene con la pratica, sulla continua vitalità del modernismo.
Dopo gli studi in giurisprudenza, storia e musica sacra, iniziò la carriera come avvocato, per poi avvicinarsi al cinema grazie ad Adorno che nel 1958 lo presenta a Fritz Lang, per il quale Kluge, l’anno seguente, è uno degli assistenti nella realizzazione de La tigre di Eschnapur.
Nel 1962 è tra i ventisei firmatari del Manifesto di Oberhausen, il documento che sancisce la nascita del nuovo cinema tedesco. Gli autori intendono rompere col passato chiedendo nuove strutture di finanziamento pubblico, libertà creativa e sperimentazione formale. Creare un linguaggio cinematografico personale, vicino alle avanguardie europee e alle problematiche sociali contemporanee, erano gli obiettivi.
È il 1966 quando dirige la sua opera prima, La ragazza senza storia, aggiudicandosi il Leone d’Argento alla Mostra di Venezia, primo regista tedesco a ricevere un premio dalla fine della guerra. Due anni dopo, nel fatidico 1968, vince il Leone d’Oro con Artisti sotto la tenda del circo: perplessi film manifesto e sperimentale. Nel 2008 presenta una delle più compesse opere della recente storia del cinema: Nachrichten aus der ideologischen Antike: Marx/Eisenstein/Das Kapital, nove ore e mezza nelle quali Kluge reinventa il progetto incompiuto di Sergej Ėjzenštejn di filmare Il Capitale di Karl Marx.
Alla Mostra di Venezia Kluge è tornato più volte: nel 2018 è stato alle Giornate degli Autori con Happy Lamento (dal catalogo di quell’edizione prendiamo i virgolettati di questo testo). Tra i suoi lavori più noti anche il film collettivo Germania in autunno (1978), realizzato insieme a Volker Schlöndorff, Rainer Werner Fassbinder ed Edgar Reitz ed aspro atto d’accusa contro le misure di repressione e il clima di caccia all’uomo instauratosi in Germania di fronte al pericolo del terrorismo.
Accanto al lavoro cinematografico, Kluge è stato anche un importante autore di racconti e saggi, confermandosi una delle voci più originali e influenti della cultura europea contemporanea. La sua prosa, scriveva Rainer Werner Fassbinder nel 1982, «certifica, alla fine, quello che è uno dei suoi principali obiettivi, mettere in discussione ogni tipo di istituzione, soprattutto quelle dello stato».
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