Nel cortile di Agnès. Varda fotografa in mostra a Villa Medici coi suoi scatti tra Parigi e Roma

In mostra a villa Medici a Roma fino al 25 maggio “Agnès Varda qui e là tra Roma e Parigi” che rende omaggio all’opera fotografica della grande regista, sperimentatrice, artista visiva che, tra finzione e documentario, ha segnato la storia del cinema anche a fianco dei grandi nomi – maschili – della Nouvelle Vague. Nel suo cortile atelier di rue Daguerre al fianco di esuli, operai, riempiendo il suo obiettivo soprattutto dei volti delle donne e degli ultimi. Senza mai rinunciare all’umorismo e all’ironia. Attraverso un percorso di battaglie ed anticonformismo che ricorda tanto quello vissuto negli stessi anni dalla nostra “signora del documentario”: Cecilia Mangini …

Non doveva essere molto diversa dall’Italia la Francia degli anni Cinquanta del secolo scorso. Almeno se parliamo di donne, nel senso di condizione femminile. Capitava, infatti, è siamo nel 1967, che lo spezzone dell’unica regista donna in un nutrito gruppo di affermati registi – Jean-Luc Godard, Joris Ivens, William Klein, Chris Marker, Claude Lelouch e Alain Resnais – venisse tagliato via dal film collettivo senza colpo ferire. E andasse perduto per sempre se non per delle foto di scena.

A mostrarle, insieme a tanti altri determinanti scatti, video e testi, è “Agnès Varda qui e là tra Roma e Parigi”, omaggio agli esordi della regista di Senza tetto né legge, quando cominciava a muovere i primi passi a Parigi – ci arriva dal Belgio nel 1943  – e nel 1951, si installa in rue Daguerre 86, dove in seguito arriverà anche Jacques Demy, il compagno di una vita. La strada dell’allora popolare quartiere Montparnasse, sarà destino, è intitolata proprio a Luis Daguerre, chimico e fisico francese inventore, appunto del dagherrotipo, antenato della macchina fotografica.

È nel cortile di rue Daguerre che Agnès allestisce il suo atelier-lavoratorio-spazio creativo. E si fa fatografa, immersa nel clima surrealista di quegli anni, con ali d’angelo appese al muro, alle spalle dei suoi protagonisti o nei suoi autoritratti, in cui appare da subito con l’inimitabile caschetto nero, che solo con l’età si tingerà di una striscia rossa. Nel cortile-giardino condivide gli spazi con la scultrice Valentine Schlegel, ma anche con una famiglia di rifugiati spagnoli e di operai emigrati italiani. Per loro sono i primi scatti. Come anche per i passanti, la popolazione impoverita della zona, le donne soprattutto da subito al centro del suo obiettivo. I primi piani, i volti segnati e pieni di rughe di anziane e persone ai margini, sono i protagonisti assoluti e drammatici di L’Opéra-Mouffe (1958) uno dei suoi primissimi cortometraggi che, come le foto, oltre all’umanità scrutano e raccontano la città.

Più tardi l’attenzione di Varda si sposta sui commercianti della sua strada. Daguerréotypes (1975) – disponibile su RaiPlay – è il suo più completo esempio di cinema di quartiere, un documentario- raccolta dei ritratti dei bottegai che, presentandosi con due parole, la fornaia, il macellaio, il verduraio, raccontano di una Parigi dove la popolazione, dopo la guerra più o meno, si è inurbata arrivando dalla provincia, dalle campagne, tra documentrio sociale ed omaggio surrealista. Anche questo non molto diversamente da quello accaduto nelle nostre grandi città. Roma in particolare.

Anche qui arriva Agnès, ora ricercata fotografa per riviste e giornali e inviata in Italia per fotografare Luchino Visconti – magnifico il suo ritratto tra quelli in mostra-. L’amicizia con Jean-Luc Godard le frutterà uno scatto rubato sul set del letterario (da Moravia) Il disprezzo, in fase di riprese a Cinecittà, con Brigitte Bardot, Michel Piccoli e lo stesso regista tra i due protagonisti. Nel suo obiettivo, del resto, sono già passati a Parigi i giovani Philippe Noiret, Delphine Seyring e Gérard Depardieu. Ma anche Federico Fellini e Giulietta Masina che Agnèes immortala in mezzo a spazi urbani ad hoc, a ribadire la sua attenzione per il racconto sociale.

Toccherà anche Venezia, a più riprese, Varda. Ed è proprio al suo passaggio in Laguna che si deve uno dei suoi autoritratti più celebri, quello di profilo davanti ad una tela di Gentile Bellini (rivisitato in tarda età) in cui si mette in scena con umorismo ed ironia, talenti innati in tutta la sua opera. Vederla a bordo di un’auto di cartone, in anni ben più recenti, mentre fa finta di fare manovra nel suo cortile è una delle chicche della mostra. E l’espressione più autentica del suo spirito anticonformista e irriducibile che ha caratterizzato tutto il suo cinema a venire.

E pensando all’Italia, di nuovo, come suggerisce del resto la mostra nata in occasione del settantesimo anniversario del gemellaggio tra Roma e Parigi, viene in mente un’altra irrudicibile del cinema del reale, Cecilia Mangini che, negli stessi anni, anche se a distanza e in differenti luoghi d’indagine, condivideva con Agnès Varda sguardi e ribellioni.

Il film collettivo di cui dicevamo all’inizio è Loin du Vietnam, per il quale Agnès aveva girato la sequenza parigina di una madre di famiglia che, presa improvvisamente coscienza della guerra in Vietnam, finisce per confondere un palazzo in demolizione per un bombardamento. Durante il montaggio Chris Marker scelse di tagliare la sequenza della regista che andò distrutta. Grazie alle foto di scena conservate ora possiamo vedere e ricostruire il suo contributo tagliato via.

Anche Cecilia Mangini ha lavorato per realizzare un film sul Vietnam, mai, però, arrivato al termine (Le Vietnam sera libre). Fortunatamente anche in questo caso erano state conservate le foto dei sopralluoghi. Paolo Pisanelli, grande sostenitore e divulgatore dell’opera di Cecilia, si è messo al suo fianco allora per ricostruire insieme quel viaggio in Vietnam e riportarlo alla luce. Due scatole dimenticate ne è lo splendido risultato.

Agnès e Cecilia, alla fine, si sono incontrate anni orsono – era il 2011- , nel corso di Festa di cinema del reale a Specchia, splendido festiva di cinema del reale diretto da Paolo Pisanelli, artefice del fatidico incontro. Le due grandi signore del documentario che, quasi a conclusione del loro lungo camminino, si sono scambiate le loro idee di cinema, messe in pratica tra Roma e Parigi. Proprio come questa mostra di villa Medici (ne sono curatrici Anne de Mondenard, Carole Sandrin e Rosalie Varda, la figlia della regista) che sarà aperta fino al 25 maggio e che vi consigliamo di andare a visitare.


Gabriella Gallozzi

Giornalista e critica cinematografica. Fondatrice e direttrice di Bookciak Magazine e dei premi Bookciak, Azione! e Bookciak Legge. Prima per 26 anni a l'Unità.

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