“Poliestere”, tra le macerie della fabbrica. Per vivere felici e disoccupati (in un libro)

In libreria per Fandango Libri, “Poliestere”, il nuovo romanzo di Luca Bertolotti (“La bambina falena”) dedicato alle trasformazioni del lavoro, meglio alle macerie delle fabbriche. In particolare nella Brianza dei mobilifici che chiudono a seguito della crisi scoppiata nel 2008 e mai più risolta. Una storia che rimanda alle tinte della grande commedia italiana, con tutta la dolcezza e l’amarezza del caso, sbattendoci in faccia la desolazione del lavoro contemporaneo. Che a libro chiuso ci fa chiedere: un altro mondo è stato possibile, allora dove abbiamo sbagliato?

 

La classe operaia non esiste più e tantomeno va più in paradiso. Si è dispersa, dissolta, col suono della campanella della fine degli anni ’70 e da allora ognuno si presenta solo, da privatista, arrangiandosi come può per salvare quel salario indispensabile per tenere insieme la propria vita. Dopo gli autunni caldi e le conquiste che ne sono derivate, sono venuti freddi inverni nei quali ogni diritto conquistato è stato restituito con interessi da strozzo.

È in questa palude che annaspa Livio Belotti, verniciatore e laccatore, neodisoccupato protagonista del romanzo di Luca Bertolotti, Poliestere (Fandango Libri, 2020), nella Brianza dei mobilifici che chiudono a seguito della crisi scoppiata nel 2008 e mai più risolta.

Una voragine che inghiotte il sistema produttivo senza risparmiare – e come potrebbe? – tutto un mondo personale, fuori e dentro i cancelli della fabbrica. Livio infatti viene lasciato da Lidia, la sua compagna, madre della piccola Martina, avuta da un altro uomo, a cui Livio è legato da un sentimento più che protettivo e paterno.

Tentando senza speranza ogni espediente per ritrovare un’opportunità, Livio vaga come un pesce nell’acquario della disoccupazione finché incontra Elia, amico-complice degli anni della scuola, dell’adolescenza e di quando ancora sognava di diventare un pittore. Elia, nella migliore tradizione brianzola, è diventato un imprenditore di discreto livello nel settore del mobile grazie a un buon matrimonio. In nome dell’antica amicizia Elia assume Livio senza esitazioni nella propria azienda, dove già lavora Danilo, braccio destro del “padrone” e altro componente di un terzetto inseparabile negli anni giovanili.

Come sempre la realtà è più complicata e costringerà Livio a gettare la spugna per riparare nel mondo infantile di Martina, dove tutto è ancora semplice. Dove forse si può trovare un modo per vivere felici e disoccupati, malgrado una società che soffoca i sogni e che inocula come un veleno l’ossessione di non poter vivere senza lavorare.

Martina, in questa transizione, gioca un ruolo fondamentale poiché, implacabile come solo un bambino può essere, inchioda con le spalle al muro l’uomo che tanto ammira, obbligandolo a cancellare dal loro vocabolario esclusivo la parola “lavoro” e impone all’adulto di pensare alla “contentezza” come condizione inesorabile di appagamento.

È Martina che mette Livio in linea coi dettami di una società segreta che si batte per non lavorare più, società segreta alla quale Livio diceva di appartenere per nasconderle la macchia infamante della disoccupazione.

Poliestere si rivela un’opera di rilievo, capace di toccare nervi scoperti dell’attualità con un’esattezza chirurgica e un modo che rimanda alle tinte della grande commedia italiana, con tutta la dolcezza e l’amarezza del caso sbattendoci in faccia la desolazione del lavoro contemporaneo.

Ci sono passaggi nei quali i lavoratori, come unica comunanza, non hanno che lo stesso atteggiamento di rassegnazione e, sfibrati dalle condizioni che il sistema impone loro, sono costretti ad accucciarsi in una perpetua condizione di precarietà. Non mancano nemmeno implacabili sguardi su chi, inutile negarne l’esistenza, ha accettato il lavoro purché sia, senza mai porsi domande o aspirare a qualcosa: “Il tipo aveva un tribale scolorito che gli saliva come edera su dal collo fino a raggiungere parte della cervicale. Indossava scarpe di Prada con i calcagni sformati. E, anche se magari aveva perso il lavoro nella stessa e identica maniera in cui l’aveva perso lui, Livio non poteva che trovarlo colpevole. Il tatuato e gran parte di quelli in coda. Tutti colpevoli di non essere qualificati. Colpevoli di aver passato decenni a schiacciare un unico pulsante perché era più comodo così” .

Ma ad amarezza si aggiunge amarezza quando, dopo aver chiuso il libro, ci torna alla mente che un altro mondo è stato possibile, che lo abbiamo visto e vissuto pochi decenni or sono ma che sembrano trascorse ere geologiche, quando l’uomo della fabbrica non era solo ma parte di una classe orgogliosa, solidale e reattiva. Un tempo nel quale il proletariato non era ancora regredito al lumpen descritto da Poliestere e non ancora ridotto ad una ricattatoria contrattazione separata, ad una svendita dei diritti e delle tutele più elementari.

Ma ancora di più, una volta chiuso il libro, porta ad inevitabili domande: dove abbiamo sbagliato? E soprattutto, cosa possiamo fare per rimediare a quella sciagurata ignavia che viene così ben descritta da Luca Bertolotti? Dobbiamo chiederci se tra lo strazio contemporaneo e la scelta estrema di Livio non si possa e si debba trovare una terza via per smascherare quello che è stato imposto ed assunto come dato ineluttabile e che ha fatto carta straccia dei diritti dei lavoratori.

Già autore de La bambina falena (Fandango Libri, 2018), Luca Bertolotti, classe 1977, torna al romanzo descrivendo il mondo che conosce meglio – non sembra casuale che lo scrittore e il protagonista abbiano le stesse iniziali – confermandosi come una delle voci più interessanti della narrativa contemporanea nazionale.