Quando Cannes era (anche) degli operai. L’altra storia del Festival (più glamour) in un libro

Si apre il 14 maggio l’edizione numero 77 del Festival di Cannes. Vi proponiamo una storia alternativa delle sue origini, raccontata dallo storico francese Tangui Perron nel suo libro, appena uscito in Francia (e inedito da noi), “Tapis rouge et lutte des classe“. Racconto epico e quasi leggendario delle due prime edizioni della kermesse, nel 1946 e 1947, nelle quali fu determinante il ruolo degli operai, del sindacato e di tre consiglieri locali comunisti …

 

La storia sembra un film. E magari potrebbe anche diventarlo. Con la prima sequenza che mostra quel palazzo del cinema, il Palais Croisette, edificio a grandi vetrate in stile modernista, costruito a Cannes nel 1947 e in soli quattro mesi, in una sorta di gara di solidarierà e contagioso entusiamo, nello spirito della Liberazione dal nazi-fascismo e con la spinta propulsiva della ricostruzione.

Sì proprio per quella storica edizione del festival (appena la seconda) in cui gli operai, artefici dell’epica impresa, vengono applauditi dal palco mentre Raymond Picaud, il sindaco più rosso che abbia mai avuto la città, celebra le loro glorie: “Niente è impossibile per gli operai francesi”. E giù ancora applausi al suono della Marsigliese.

Quell’edifio adesso non c’è più. È stato abbattuto per far spazio ad un hotel di una grande catena americana, dopo che nel 1983 è stato edificato il nuovo Palais, subito ribattezzato il bunker.

Simbolica quanto basta è questa la storia (vera) raccontata Tangui Perron, storico del cinema francese e di tutte le sue possibili connessioni col movimento operaio, che da poco ha dato alle stampe, in Francia, la sua ultima ricerca: Tapis rouge et lutte des classe (Les éditions de l’Atelier, 2024).

Poco più di un centinaio di pagine, ma illuminanti, su quel filo davvero rosso – e misconosciuto anche in Francia – che, alle sue origini, ha legato il festival più glamour del mondo, all’intifascismo, al mondo del lavoro e al PCF. Di cui l’utima traccia evidente è tutt’ora la presenza della CGT nel consiglio di amministrazione. Come dire che nel Cda della Mostra di Venezia, meglio della Biennale, oltre ai membri delle istituzioni locali, del Ministero della cultura, ecc, ci fossero anche quelli della CGIL.

Per capirla fino in fondo questa storia, bisogna calarsi nel clima di quegli anni. L’Italia fascista spinge a Nizza, a Cannes, in Costa Azzura molti rifugiati politici. Lo raccanta bene anche Robert Guédiguian, nel suo magnifico E la festa continua!, dove il papà comunista della protagonista è proprio uno di quegli esuli italiani che hanno contribuito ad ingrandire le fila del PCF.  Il fascismo così vicino, però, dall’altra parte del confine è un elemento di tensione, contrasto, almeno finché il collaborazionista Petain non gli aprirà direttamete le frontiere, permettendo persino l’arresto degli antifasciti italiani e persino di quelli francesi. Lo stesso Raymond Picaud, il sindaco comunista appena ricordato, nell’estate del 1943, fu prelevato dall’Ovra nel sua abitazione – dava rifugio agli ebrei – e imprigionato anche in Italia.

Prima di allora, però, nella Francia del Fronte popolare c’era chi combatteva la sua battaglia contro il fascismo anche a livello culturale. È il ministro progressista della cultura (allora della Pubblica istruzione e delle Belle arti) Jean Zay che, nel 1939, decide di fare la sua parte per contrastare la propaganda inarrestabile della Mostra di Venezia di Mussolini. Già nel 1937, il capolavoro pacifista di Jean Renoir, La grande illusione era stato relegato ai premi minori. Nel 1938 quando salgono sul podio veneziano il documentario, Olympia di Leni Riefenstahl, entusiasta cantrice di Hitler e Luciano Serra, pilota in cui Goffredo Alessandrini celebra la campagna d’Etiopia (sotto la supervisione del figlio di Mussolini, Vittorio), la misura sembra davvero colma.

Anche la Francia avrà il suo festival cinematografico, ma libero e antifascista. Il 1939 è la data stabilita per la prima edizione, ancora senza gli operai e sostenuto piuttosto dai produttori americani. L’invasione della Polonia da parte di Hitler il 1° settembre del 1939 fa svanire non solo il sogno del nuovo festival.

Bisognerà aspettare la fine della guerra perché ricomincino i preparativi. E stavolta nel pieno rispetto dello spirito della Liberazione, per celebrare “il cinema mondiale e la pace ritrovata”. Ma anche nell’idea di trasformare la Costa Azzurra in “Riviera rossa”, dove promuovere un turismo democratico, “un paradiso dei proletari”. Questa, infatti, era l’idea di Virgile Barel, insegnante e presidente del consiglio generale del PCF a Nizza, protagonista della nuova avventura festivaliera insieme al sindaco rosso Raymond Picaud e il deputato del PCF di Cannes-Antibes, l’agricoltore Henri Pourtalet. Tre consiglieri locali – ormai dimenticati dai più – senza i quali, sottolinea Tangui Perron, il Festival non sarebbe potuto rimanere a Cannes. “Soprattutto perché Venezia era tornata democratica”.

È su queste basi che nasce la prima edizione di Cannes che si svolgerà dal 20 settembre al 5 ottobre del 1946. La guerra è appena alle spalle e l’Europa è un cumulo di macerie. Ma è anche il momento della ricostruzione e di tutte le sue spinte ideali. Lavoratori, lavoratrici, volontari sono chiamati a raccolta proprio dal sindaco Picaud e dai suoi compagni per ridare lustro alla Croisette.

A ricompensare lo sforzo collettivo è lo stesso Palmarès che incorona una produzione della Cooperativa generale del cinema francese (la CGT del cinema, in pratica): Operazione Apfelkern di René Clément, elogio della Resistenza d’oltralpe e degli eroici ferrovieri tra i più attivi sabotatori di tedeschi e collaborazionisti. Da quelll’edizione resteranno per lunghi anni a fare le “sentinelle” volontarie del Festival come addetti agli ingressi. Tra gli altri film premiati, molti e provenienti da tutto il mondo, segnaliamo anche quello di un giovane regista italiano che farà strada: Roberto Rossellini con Roma città aperta.

Quello che accadrà nell’edizione seguente, quella del ’47 sarà dunque il coronamento di un sogno collettivo. Con i premi, tra gli altri, ad Amore e fortuna (nelle foto) del regista partigiano e militante Jacques Beker, in cui la critica ravvisò l’espressione del “femminismo operaio” attraverso la storia ordinaria di una coppia di lavoratori nella Parigi del dopoguerra.

Col declino del PCF, però, e lo scoppio della Guerra Fredda, il lato mondano del Festival ha sempre più preso il sopravvento. I lavoratori sempre di più relegati nel backstage nonostante le Palme d’oro ai film di Ken Loach o i fratelli Dardenne. Del rosso iniziale è rimasto solo il tappeto.