Tutti i sogni di Fellini. Un doc ad hoc di Catherine McGilvray in Mostra

Passato alle Notti Veneziane di Isola Edipo e delle Giornate degli Autori a Venezia 78, “Fellini e l’ombra” di Catherine McGilvray ripercorre uno dei temi più importanti della poetica del regista riminese: il rapporto con l’onirico. Dalla scoperta di Jung (tramite Bernhard) al rapporto con il femminile…

 

Un film è qualcosa di molto simile a un sogno – affermava Federico Fellini –, “vergognoso quando viene spiegato, affascinante finché rimane un mistero”. Ed è proprio sull’intimo legame tra il cinema del regista e l’onirico che si sofferma la docufiction Fellini e l’Ombra di Catherine McGilvray – già autrice del documentario Los sin voz (2018) e del lungometraggio L’iguana (2004, dall’omonimo romanzo di Anna Maria Ortese) –, presentato il 6 settembre alle Notti Veneziane delle Giornate degli Autori.

L’ “Ombra” a cui il titolo allude non è genericamente la “sofferenza al di là del genio” che la regista portoghese protagonista – interpretata da Claudia de Oliveira Teixeira – intende indagare, ma si identifica con un preciso archetipo della psicologia analitica: quello che indica il “lato oscuro e indifferenziato” della personalità contrapposto all’Io cosciente.

È infatti proprio la scoperta di Jung – mediata dall’incontro con Ernst Bernhard, “terapeuta d’eccezione” – a dischiudere a Fellini quella che lui stesso definisce “una nuova dimensione, un nuovo senso di tutto, una nuova religiosità”. Senza psicanalisi infatti – sembrano essere concordi tutti gli intervistati, dal regista e collaboratore Gianfranco Angelucci alla studiosa Caterina Cardona –, senza la comprensione di quella necessaria “discesa” all’interno di se stessi, un film come , con la sua celebre passerella finale, non avrebbe mai potuto vedere la luce.

È lo stesso Fellini ad annotare in matita azzurra nel monumentale Libro dei sogni (Rizzoli) – nel quale non solo descrive, ma addirittura anima e illustra il proprio mondo onirico – in che cosa consista il processo creativo di “catabasi” e “risalita”: “Sprofondare giù nell’abisso marino, giù nell’inconscio, pescare nella sconosciuta voragine del mare e risalire con i tesori. Scendere nell’inconscio!”

“A Fellini non interessava tanto aver interpretato e risolto il materiale che aveva dentro – aggiunge l’analista junghiana Eleonora Trevi D’Agostino –, quanto semplicemente esprimerlo e ordinarlo”. È dunque sulla scorta della metafora che McGilvray propone un percorso “immersivo” nella visionarietà onirica di Fellini, inseguendo quelli che sono i “simboli, le ossessioni e i fantasmi” che con ricorrenza riaffiorano nelle sue opere.

Non è quindi il “mondo dei concetti”, ma il movimento più fluido dell’associazione a guidare il raffinato montaggio del docufilm, che alle preziose testimonianze degli amici e collaboratori alterna l’animazione degli splendidi disegni felliniani, spezzoni di pellicole e frammenti dall’autobiografia dello stesso regista (Fare un film, Einaudi).

Le immagini acquatiche non potrebbero essere più appropriate per descrivere l’inconscio creativo di Fellini, dal momento che è il mare stesso a costituire una sorta di costante nella sua produzione: a partire dal mare di Rimini, quel mare d’inverno che forse non è nient’altro che “una dimensione della memoria”, e che, incarnandosi nel personaggio di Saraghina, arriva anche a rappresentare la prima sconvolgente visione del sesso e della donna.

Femminile è infine un altro archetipo junghiano con il quale Fellini si trova a fare i conti, quello dell’Anima, che si propone come “mediatrice fra il mondo della coscienza e il mondo inconscio”, oltre che come “fonte di creatività per l’uomo geniale”.

È un termine che fa capolino in uno dei ricordi più suggestivi racchiusi in di : la misteriosa parola che i bambini devono pronunciare perché il ritratto nella loro camera da letto muova gli occhi e indichi con lo sguardo un tesoro nascosto: “A(sa)ni(si)ma(sa)!”. Una formula magica che, non a caso, contiene anche l’anagramma di Masina, compagna di una vita definita, dallo stesso regista “radice” di tutte le sue possibilità creative.

E in fondo, forse, è in questa stessa scena che è custodito l’incantesimo dell’intero cinema di Fellini, che il bel film di McGilvray è in grado di rievocare: quello di saper “tendere l’orecchio e il cuore a qualcosa che è quasi dimenticato e non si vorrebbe dimenticare”.