Una donna, un simbolo. La vita di Simone Veil contro l’ingiustizia è al cinema
In sala dal 30 gennaio (per Wanted Cinema) “Simone Veil. La donna del secolo”, biopic di Olivier Dahan basato sulla stessa autobiografia (“Una vita” Fazi 2010) della paladina francese dei diritti delle donne, sopravvissuta ad Auschwitz e politica di rilievo internazionale. Sua la legge francese sul diritto all’aborto, le battaglie per la difesa dei detenuti e per la legalizzazione dei contracettivi. Una vita spesa contro l’ingiustizia e dalla parte dei più deboli. Anche Liliana Cavani avrebbe voluto dedicarle un film, ma il progetto è rimasto nel cassetto (a questo link l’intervista) …

È davvero un’ icona Simone Veil, personalità francese di primo piano della politica internazionale a partire dal Secondo dopoguerra. Di questa donna dal percorso straordinario – sopravvissuta ad Auschwitz, magistrata, statista, accademica di Francia nonché paladina dei diritti delle donne, – che ha attraversato e plasmato la sua epoca diffondendo un messaggio umanista ancora oggi di grande attualità ci propone ora il ritratto epico e intimo Simone Veil. La donna del secolo, il film diretto nel 2022 dal regista e sceneggiatore francese Olivier Dahan (nato nel 1967), campione di incassi in Francia con oltre 20 milioni di spettatori.
Questo terzo biopic di Dahan, dopo La vie en rose. La Môme del 2007 dedicato a Edith Piaf e Grace de Monaco (2014), è arrivato ora anche sui nostri schermi.
Alla base è l’autobiografia Una vita (tradotta da Fazi nel 2010) in cui Simone Veil (1927 – 2017), nata Simone Jacob, si racconta senza riserve: dall’infanzia felice alla deportazione in quanto ebrea nel 1944 insieme alla famiglia, dalla magistratura all’epica battaglia portata avanti da Ministro della Salute di Valéry Giscard d’Estaing per l’interruzione volontaria di gravidanza nel 1974, fino alla Presidenza del primo Parlamento europeo eletto a suffragio universale nel 1979.
Costruito sotto forma di un mosaico, che ci fa passare da un’epoca all’altra, in Simone Veil. La donna del secolo a tratti compare la protagonista, già in età matura, ormai ritiratasi dalla vita pubblica – con il volto di Elsa Zylberstein mentre Rebecca Marder la interpreta da giovane – che, nel giardino della casa della sua infanzia a picco sul Mediterraneo, affida i suoi ricordi a una nipote adolescente.
La storia ha inizio negli anni ’30. Simone vive un’infanzia spensierata nella grande casa di Nizza, con i genitori, il fratello Jean e le sorelle Denise e Madeleine (detta Milou): “come tutti gli ebrei assimilati credevamo che la Repubblica non ci avrebbe mai abbandonati. Eravamo laici” ricorda nel film. Ma la fiducia della famiglia nei confronti della Francia, terra d’accoglienza e patria dei diritti, presto con la guerra iniziò a vacillare.

Nonostante tutto, sempre Simone ha rivendicato l’eredità laica e repubblicana dei genitori, pur mantenendo la sua identità ebraica. In seguito, ha inteso trasmettere l’esperienza nei campi alle generazioni successive impegnandosi nella Fondazione per la Memoria della Shoah.
Mentre il resto della famiglia soccombe, Simone con la sorella Milou sopravvive alla deportazione, grazie anche alla prostituta Stenia: “fatto incredibile – racconta -, questa donna, che in seguito ho avuto l’occasione di incontrare, non mi ha mai chiesto nulla in cambio”. La memoria dei campi, con le sue immagini agghiaccianti, ricorre a più riprese, e dopo la marcia della morte assistiamo a tutta una sequenza, peggiore di Dachau e Auschwitz, nel momento in cui il Reich crolla: una forma di vagabondaggio durante la quale avvenivano stupri e omicidi.
L’avversione per l’ingiustizia costituisce per lei un concetto fondante, ereditato da sua madre Yvonne (una magnifica Élodie Bouchez), morta di tifo a Bergen Belsen: “ha strutturato tutta la sua personalità, le ha insegnato a osare”. E prosegue Dahan. “la prigionia ha affinato il carattere di Simone Veil, rendendole l’ingiustizia insopportabile a livello epidermico” ogni qualvolta si trova a lottare contro l’ingiustizia: da giovanissimo magistrato per le condizioni di vita dei detenuti, degli algerini in particolare, e da ministro, per la liberalizzazione dei contraccettivi e della possibilità legale di interrompere una gravidanza.
Nonostante le dure opposizioni, giorni e notti di dibattiti a tratti violenti – fra gli altri un deputato, volendo fomentare ancora di più la destra conservatrice, scatenò accese polemiche mostrando un feto sotto formalina – Simone non si fece intimidire fino a raggiungere l’obiettivo. L’approvazione della “Loi Veil” sulla depenalizzazione dell’aborto. Anche in questa circostanza a volte crollava, specie quando riceveva lettere antisemite, ma questo non le impediva di tornare all’Assemblea nazionale più forte di prima, e lo vediamo in diverse scene.
Una volta tornata a Parigi, nel maggio 1945, studia legge e scienze politiche, e proprio quei libri segnano il suo destino, dettato dalla sete di giustizia. Avviene l’incontro e poi il matrimonio con Antoine Veil (interpretato da Olivier Gourmet), che amerà fino alla fine e con cui scrisse la sua nuova vita, una rara storia di amore e complicità magistralmente narrata da Dahan.
Un’unione esemplare in cui lui si è fatto da parte per permetterle di esistere, ha rinunciato alle sue ambizioni politiche e ha dato un contributo notevole ai progetti politici della moglie, tanto che, su iniziativa di Emmanuel Macron, i due coniugi riposano insieme dal 2018, nel Pantheon.
Eletta membro dell’Accademia di Francia nel 2008, un privilegio ancora oggi riservato a poche donne, sulla spada di “Immortale” che si realizza per ogni membro dell’Accademia volle inciso il numero 78651, il segno indelebile dell’ingresso ad Auschwitz. Un funzionario francese nel corso di un ricevimento intorno al 1950 le aveva chiesto con un sorriso se il segno tatuato sull’avambraccio fosse il numero del suo soprabito depositato in guardaroba: “da allora, per anni, ho portato soltanto abiti con le maniche lunghe”; il motto della Repubblica “Libertà, uguaglianza, fraternità” e quello dell’Unione europea “Uniti nella diversità” comparivano anch’essi sulla spada.
Perché Simone Veil lavorò tutta la vita con gli stessi obiettivi: “non le importava da dove venissero gli esseri umani, da quale Paese, etnia o religione – afferma Dahan – ha sempre agito da ‘politica’ nel senso nobile del termine, non in senso stretto. Comprese, molto prima di altri, che la riconciliazione con la Germania era l’unico modo per costruire in Europa una pace duratura e che non tutti i tedeschi sono nazisti”. Da sopravvissuta all’Olocausto, faticava a capire come un Paese europeo potesse fare la guerra a un altro. In ciò consiste la sua grande forza e intelligenza, che la rendono davvero un’Immortale.
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