Un’altra famiglia è possibile nella serie BBC. “L’altra sorella Bennet” cambia il destino voluto da Jane Austen
In onda su Sky (con due puntate nuove ogni sabato) la serie BBC “L’altra sorella Bennet” dall’omonimo bestseller di Janice Hadlow dedicato a Mary (qui col volto di Ella Bruccoleri), la più “maltrattata” delle cinque sorelle create da Jane Austen in “Orgoglio e pregiudizio”. È l’amabile tentativo di riscattarla dal ruolo moralista e ottuso che la scrittrice le aveva imposto, e farne invece una testimonial dell’empowerment in nastri e crinolina. Tra le riletture del suo personaggio ricordiamo quella di Coleen McCullough che l’aveva anche immaginata socialista. Peccato nessuno l’abbia trasformata in serie …

È inutile girarci intorno: Mary Bennett è bruttina, glielo rinfaccia la sua stessa mamma, altro che “ogni scarrafone”, Mary non brilla nelle situazioni mondane, è timida, un topo da biblioteca, una vera nerd, a cui il copione de L’altra sorella Bennet (serie in programmazione su Sky con due puntate nuove ogni sabato) infligge anche l’aggravante degli occhiali, tanto per accentuare l’effetto secchiona. Per sintetizzare è il genere di ragazza che il ministro Tajani giudicherebbe decisamente affidabile.
Il mondo ha sempre sottovalutato le donne belle e intelligenti – ricordiamoci che la bomba sexy Jayne Mansfield aveva dovuto nascondere di avere il QI più alto di Einstein -, ancora di più quelle bruttine e intelligenti. Ma poi alcune cose sono decisamente cambiate.
Nel 2012 Lena Dunham ci aveva insegnato con Girls che una serie tv per avere successo non deve necessariamente darci eroine alla Sex and the City, magre belle e con gli armadi pieni di Louboutin; basta che sia capace di presentarci personaggi in cui riconoscere la parte peggiore di noi stesse. Girls ci aveva consegnato il diritto di identificarci, e piacerci, in eroine imperfette, incasinate, sgradevoli, persino petulanti – e Mary Bennet un po’ lo è, vedi la scena nel primo episodio quando nel mezzo di una festa corregge il tenero mr. Sparrow, visibilmente in sua adorazione, su una frase male espressa.

Ma questo non è certo Girls in costume d’epoca. È l’amabile tentativo, sulla scia dell’omonimo libro scritto da Janice Hadlow, di riscattare Mary dal ruolo moralista e ottuso che Austen le aveva imposto, e farne invece una testimonial dell’empowerment in nastri e crinolina. La vecchia ma sempre efficace storia del brutto anatroccolo che diventa un cigno.
In Orgoglio e pregiudizio, il romanzo che ha consacrato Jane Austen a culto eterno, Mary Bennett compare di sfuggita e non lascia un gran ricordo di sé: “Mary non aveva né ingegno né gusto; e sebbene la vanità l’avesse spinta all’applicazione, le aveva anche dato un’aria pedante e un fare presuntuoso”. Ci mancava solo che le attribuisse anche un po’ di alitosi, Austen sembra provarci gusto a essere perfida e feroce con lei, quasi a dover riequilibrare con una sorella saccente e noiosa il fascino di Jane, Lizzie, Kitty e Lydia. Mary è la terza delle cinque sorelle Bennet, la figlia di mezzo, quella destinata a comprovare la massima con cui la serie si apre: “Essere poveri e belli è già una disgrazia, ma essere poveri e poco avvenenti è davvero un destino crudele”. Specie se i tuoi aguzzini sono proprio quelli che dovrebbero amarti incondizionatamente.
C’è una scena in cui la madre fa l’elenco dei successi della famiglia Bennet (la bellezza di Jane, l’arguzia di Lizzie, l’allegria di Kitty, lo spirito di Lydia), e tiene volutamente fuori Mary. Stuoli di donne potrebbero riconoscervi la mancanza di fiducia in se stesse ereditata da madri castranti. In un’altra sequenza, il ballo a Netherfield, quando Mary si mette al pianoforte per intrattenere gli ospiti, è suo padre che va a bloccarla: “Ci hai deliziati abbastanza”, le dice sprezzante.
Se Mary non si è data all’eroina o al fentanyl è solo perché all’epoca al massimo potevi ubriacarti di assenzio. La lettura diventa il suo rifugio. E come non bastasse la castrazione psicologica genitoriale, il testo le mette tra i piedi anche personaggi come l’ineffabile Caroline Bingley (interpretata dalla bravissima Tanya Reynolds, la coach della sesta stagione di Ted Lasso), versione austeniana della classica ragazzina ricca bulla che non perde occasione di umiliarla e farle sentire tutto il peso della sua posizione sociale inferiore.
Ma è funzionale a raccontare come, nell’Inghilterra di inizio Ottocento che certo non contemplava che una giovane donna se ne fregasse delle aspettative della società, Mary prova a uscire dalla dicotomia “trovare un marito con una buona rendita” o “rassegnarsi alla miseria”. Ci sarà anche la possibilità di altri piani nella vita? Ecco, la cosa apprezzabile di una serie piacevole ma certo non rivoluzionaria, è che non riduce tutto all’aspetto romantico. Puntata dopo puntata Mary trova la sua voce, il suo posto nel mondo, e se poi arriva anche l’amore è perché per prima cosa lei è arrivata a se stessa.
Il libro di Janice Hadlow, bestseller nel 2020 (tradotto in Italia da Piemme), non è l’unica riscrittura che immagina un diverso destino per Mary Bennet. C’era già stato Perception di Terry Fleming, e prima ancora, nel 2008 Coleen McCullough, famosa per Uccelli di rovo, ha pubblicato L’indipendenza della signorina Mary Bennet, una sorta di sequel di Orgoglio e pregiudizio in cui immagina che dopo vent’anni passati a fare da badante alla madre, alla morte di questa Mary si ritrova finalmente libera e indipendente. E socialista: progetta di andare nel nord Inghilterra industrializzato per fare un libro-inchiesta sulla vita della working class, osteggiata ancora una volta dalla sua famiglia, in particolare proprio da Darcy.
Non sorprende che nessuno abbia osato fare una serie da questa rilettura. Peccato! Va riconosciuto però all’Altra sorella Bennet di aver messo l’accento sul tema della famiglia: Mary cambia veramente quando smette di farsi condizionare da come la vedono la madre e le sorelle e impara, attraverso l’esperienza londinese in casa dei Gardiner, che un’altra famiglia è possibile, una dove non vieni giudicata ma semplicemente accolta e amata.
Il cast è il punto di forza di una regia (affidata a Jennifer Sheridan e Asim Abbasi) volutamente tradizionale nel linguaggio, lontana dalla tendenza (vedi Bridgerton) di serie con ambientazioni d’epoca rilette in modo innovativo e volutamente anacronistico. Splendono tutti, dall’irlandese Dónal Finn che avevamo già apprezzato come Moriarty nel Giovane Sherlock di Guy Ritchie, e qui lo ritroviamo perfetto nel ruolo di Tom Hayward, figura chiave nel destino di Mary. Interpretata da Ella Bruccoleri, che sembra molto più giovane dei suoi 30 anni ed è bravissima a darle le sue incertezze, i tentennamenti, il rapporto complicato con la femminilità. Padre italiano e madre inglese, Ella ha raccontato di essere stata rifiutata per anni dalle scuola di recitazione: “Forse perché mi ostinavo a presentarmi alle audizioni con un monologo in cui interpretavo un pedofilo maschio”.
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