Ventenni nel chiuso di una quarantena. Il corto degli allievi del CSC de L’Aquila


“Il tempo è l’unica cosa che mi è rimasta”. In bilico tra speranza e rassegnazione si apre il corto 2020 Quarantena a vent’anni, realizzato da Adriano Baldi, Camilla Deidda, Luca Draoli, Gabriele Iannoli, Marlon Sartore e Chiara Stravato, allievi del primo anno del corso di Reportage alla sede abruzzese del Centro Sperimentale di Cinematografia.

Per quanto i giorni tendano a confondersi gli uni con gli altri durante l’isolamento, i ragazzi si sforzano, muniti di telecamera, di tenerne il conto, per raccontare cosa significhi essere così giovani durante una pandemia globale, e avere dei sogni e delle aspettative che si trovano a subire, inevitabilmente, una battuta d’arresto.

Mentre le strade dell’Aquila si svuotano, “Skype diventa la piazza più grande del mondo”, l’unico luogo in cui una qualche forma di incontro possa essere ancora garantita, e la didattica bruscamente interrotta possa, zoppicando, provare a proseguire. Le riprese effettuate dagli studenti sono alternate nel montaggio alle lezioni tenute dai docenti del Centro, e sono proprio le parole degli insegnanti a fornire spunti per il reportage che i ragazzi dovranno realizzare.

L’ “artificio narrativo”, l’intervento del regista sull’azione spontanea dei soggetti scelti, è ciò che, paradossalmente, tante volte permette al film o al documentario di riguadagnare “autenticità”: la narrazione viene così a costellarsi di preziosi momenti – più o meno genuini – che racchiudono la ricerca della “bellezza” nelle piccole cose, come può esserlo un ballo divertito tra vicini di casa, nel suo squarciare la grigia monotonia della reclusione.

Se nel suo corso Agostino Ferrente (fresco di Nastro d’Argento per il suo Selfie) parla del ruolo fondamentale della “violenza” nel cinema, la rabbia esplode nel frattempo anche nel mondo reale, con le manifestazioni in America di Black Lives Matter, dopo la brutale uccisione da parte della polizia di George Floyd. Le notizie dei telegiornali e dei macabri “bollettini” delle sei del pomeriggio irrompono nella quotidianità di ognuno: durante l’isolamento i ragazzi imparano “silenziosamente a combattere e a comprendere cosa significhi essere uniti”, ritrovando un senso di collettività, di fronte ad immagini potenti come la preghiera del Papa in una Piazza San Pietro completamente vuota, o il ricoprirsi dei balconi di bandiere rosse durante il 25 aprile.

Sì, perché le giornate trascorse tra la noia e la solitudine, custodiscono anche la possibilità di riconnettersi a lati sommersi della propria personalità: i giovani parlano del loro avvicinarsi per la prima volta alla partecipazione politica, o della riscoperta di un “linguaggio evocativo” dimenticato durante gli anni dell’università.

I ragazzi sperimentano allora diverse modalità di linguaggio, cinematografico e non – dalla confessione di fronte alla cinepresa, alla soggettiva di un paio di pantofole che gironzolano a vuoto per casa, alla telecamera fissa sulle finestre dei dirimpettai, quasi a compiere un’irruzione nelle “vite degli altri” -, per restituire in un intimo reportage a più voci un’esperienza che ha avuto un impatto radicale sulla progettualità di ognuno.

2020 Quarantena a vent’anni ha temi e tensioni in comune a tanti altri lavori “usciti” dal periodo della quarantena, ma senza dubbio esprime – come dice Daniele Segre, direttore della didattica della sede abruzzese del CSC e supervisore del film – l’“urgenza” e la “necessità” che muove questi giovani autori, alla ricerca di risposte alle loro domande più profonde. Domande che forse sono le stesse che, in questi mesi così drammatici, hanno accompagnato anche lo spettatore.