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Legge cinema: “Le prime vittime saranno proprio gli indipendenti!”

Replica di Stefania Brai, responsabile cultura di Rifondazione, alla lettera aperta di Doc/it (leggila) a proposito del Ddl Franceschini. “Non è vero che per la prima volta si istituisce un fondo certo e stabile: il Fus doveva esssere esattamente questo”…

Mirage

 

Vorrei tentare di rispondere innanzitutto sul merito della lettera di Marco Visalberghi (leggila). Anche se poi dirò qualcosa sul linguaggio, che poi è sostanza, come qualcuno ci ha insegnato.

È vero, non ho colto l’elemento innovativo perché a mio parere non c’è. E per due motivi. Primo. Non è vero che è la prima volta che si istituisce un fondo certo e stabile sottratto agli alti e bassi della politica. Il Fus, nella sua legge istitutiva, doveva essere esattamente questo: un fondo certo e stabile che definiva e regolava l’intervento pubblico nella produzione culturale.

Non solo, ma quel fondo doveva essere talmente certo e stabile che una volta definita la cifra iniziale doveva essere indicizzato e quindi rivalutato ogni anno. Quindi sottratto alla politica, ma io per precisione direi sottratto ai governi. Il linguaggio e la terminologia sono importanti, altrimenti si finisce per fare sempre di tutt’un’erba un fascio e si contribuisce al rafforzamento di quel senso comune così diffuso che vede nella politica e nell’organizzazione democratica della società in partiti, il male assoluto e la causa principale del degrado culturale e sociale di oggi.

Se quella legge fosse stata applicata, la produzione culturale di questo paese non si troverebbe nella condizione in cui è. Cosa che non è mai stata fatta, proprio perché i governi sono intervenuti o disattendendo o direttamente cambiando le leggi, cosa che fanno normalmente e continueranno a fare. Del doman non c’è certezza… Inoltre siccome la proposta di legge del governo stabilisce una cifra minima, bene che andrà quella cifra rimarrà sempre la stessa, a prescindere dalle oscillazioni del valore della moneta. Anche qui quindi nessuna certezza e nessuna stabilità.

Secondo. La cifra – i 400 milioni – non è vero che rappresentano il doppio del finanziamento attuale perché si riferiscono non più a uno ma a due comparti – il cinema e l’audiovisivo – senza peraltro indicare le percentuali di suddivisione. E qui c’è un grandissimo equivoco, a mio parere. Una cosa è sostenere che è cinema tutto ciò che in qualsiasi formato, su qualsiasi supporto, di qualsiasi durata, con qualsiasi tecnica e con qualsiasi linguaggio, è destinato alle sale – come è in ormai qualunque proposta di legge di riforma del sistema -, e una cosa è sostenere che la televisione rientra nell’ “audiovisivo” e da questo far derivare che la televisione e il cinema sono la stessa cosa, che devono rispondere alle stesse regole e agli stessi meccanismi e che quindi devono attingere allo stesso fondo.

Perché innanzitutto il cinema è industria di prototipi mentre il prodotto televisivo risponde a logiche di apparato, e poi perché la produzione televisiva riceve già finanziamenti dalle emittenti televisive (quindi in caso di produzioni della Rai doppio finanziamento). E sul piano culturale – se questo piano interessa ancora – come si fa a dire che un videogioco è come un documentario e quindi deve attingere al finanziamento pubblico?

Ma vorrei aggiungere che la “non novità” consiste anche nel fatto che ancora una volta non si istituisce il prelievo di scopo perché ancora una volta non si vogliono andare a toccare determinati interessi, rafforzando così davvero “l’establishment dei media esistenti” se con questa frase si intendono i poteri forti delle multinazionali delle telecomunicazioni.

Infine due cose. Come si fa a non capire che saranno proprio i produttori indipendenti le prime vittime di un simile sistema – se mai vedrà la luce – perché resteranno in vita e diventeranno sempre più forti quelle imprese le cui produzioni avranno ottenuto risultati al botteghino? Ci battiamo perché finalmente in Italia si costruisca una rete di sale in cui proiettare i meravigliosi documentari che già si producono ma che nessuno riesce a vedere proprio perché non incassano e quindi non è interesse degli esercenti proiettarli? Oppure, come spero che non sia, ci si batte per avere finanziamenti pubblici per produrre documentari e poi rivenderli alle televisioni senza farli uscire in sala? Oltretutto senza avere neanche la certezza della messa in onda, visto che la legge non prevede nessun obbligo di programmazione per le televisioni ma anzi istituisce una sorta di autocensura? E da quando i produttori e gli autori di documentari, cioè della forma più libera e “indipendente” di espressione culturale, si battono per essere competitivi sul mercato e non per veder garantita proprio la loro autonomia, indipendenza e libertà creativa insieme alla possibilità reale di circolazione della propria opera?

Infine sul linguaggio, cioè ancora una volta sulla sostanza. Perché invece di rispondere nel merito e sostenere col ragionamento le proprie tesi, si “combatte militarmente” chi la pensa diversamente accusandolo di piangersi addosso e non volere il “cambiamento”? non si vede il rischio di appoggiare in questo modo chi sostiene, proprio usando questo gergo, che l’informazione e la cultura devono parlare solo di tutto ciò che di “bello” e “positivo” avviene in questo paese, nascondendo tutti i problemi e i drammi reali della vita reale? Perché si usano gli slogan renziani contro chi si batte contro un “cambiamento” che non ha nulla a che fare con il rinnovamento e che in realtà ci riporta indietro di anni cancellando diritti e conquiste sociali e culturali ottenuti con le lotte?

Ogni volta che il mondo della cultura si adegua al potere a mio parere tutta la società fa un enorme passo indietro. Se poi è proprio il mondo della cultura a chiamare “alle armi” allora la situazione è molto più grave di quello che ciascuno di noi pensa già.


Stefania Brai

Giornalista e direttrice di "Gulliver". Responsabile cultura di Rifondazione Comunista