“Ho amato subito il realismo magico dell’infanzia di Nada”. La favola di Costanza Quatriglio per Rai1
Costanza Quatriglio racconta in conferenza stampa il suo nuovo film: “La bambina che non voleva cantare”, fiction di Rai1 ispirata a “Il mio cuore umano”, il romanzo di Nada dal quale era già partita per il documentario del 2009 dedicato alla celebre cantante livornese. Sceneggiato con Monica Rametta, il film – spiegano – “recupera quel realismo magico che filtra i ricordi di Nada nel libro” e “scava nelle paure che accompagnano l’infanzia di ognuno”. Nei panni del “pulcino di Gabbro” la giovane cantante e attrice Tecla Insolia …

“Nada è inimitabile”, dice la giovane cantante e attrice Tecla Insolia. E fa sorridere che a dirlo sia proprio chi le ha prestato volto e voce, tra l’altro splendidamente, ne La bambina che non voleva cantare, fiction diretta da Costanza Quatriglio (prodotta da Picomedia), che andrà in onda il 10 marzo in prima serata su Rai 1.
Il film, liberamente tratto dal libro-diario della cantante livornese, Il mio cuore umano (Edizioni Atlantide, 2019), “nasce da un rapporto di fiducia e da un profondo dialogo stabilito con Nada – racconta la regista nella conferenza stampa di presentazione – che nel 2009 aveva già portato alla realizzazione di un documentario a partire da quelle stesse pagine”. Ma se in quel caso la cantante metteva a nudo in prima persona le proprie fragilità di fronte alla telecamera, ne La bambina che non voleva cantare ha scelto di costruire un personaggio che possedesse una propria autonomia.

Sin dal titolo, infatti, il film sembra proporsi come una favola che, pur attingendo all’intimo vissuto del pulcino di Gabbro -strappato al suo paese e alle sue radici per essere catapultata in un mondo fatto di riflettori e popolarità – “scava nelle paure che accompagnano l’infanzia di ognuno”.
“Nella costruzione della psicologia dei personaggi – dice a questo proposito la sceneggiatrice Monica Rametta – abbiamo cercato di recuperare quel realismo magico che filtra i ricordi di Nada nel libro”.
“Ricordo che alla presentazione del libro di Nada, in libreria a Roma nel 2008, c’era anche Mario Monicelli – prosegue Quatriglio –, e abbiamo scherzato sull’immaginario toscano, quello che io sentivo come un realismo magico dei personaggi. Quello di Nada è un talento involontario in cui tutti gli adulti vedono qualcosa: la suora che lo scopre vede quasi Dio in persona, il maestro di musica vede una donna ideale, e la mamma, prigioniera di una depressione, di un male di vivere, riesce a provare una gioia profonda quando sente la figlia cantare”.
E proprio nel difficile rapporto con la madre, per la quale la voce della piccola Nada si carica di un valore terapeutico, Quatriglio ha trovato la sua “chiave di lettura” per entrare nel cuore di questa vicenda. “La bambina che non voleva cantare” ha infatti imparato a farlo per assecondare le insistenze della donna.
È in questo “sacrificio” che Nada, a posteriori, ritrova la sua stessa ragione di vita: ed è attorno a questa consapevolezza – in un “cortocircuito tra presente e passato” – che il documentario del 2009 viene sapientemente costruito.
Questa presa di coscienza sembra avvertirsi anche nell’interpretazione della giovane Tecla Insolia nella fiction (tra l’altro, quarant’anni dopo, vincitrice anche lei a Sanremo Young a soli 15 anni): l’illuminarsi del suo volto mentre canta – spiega – è già indice del fatto che intenda la musica come “mezzo per poter esprimere le sue emozioni, e non solo come cura per la madre”.
Per quel che riguarda il personaggio del padre – col volto di Sergio Albelli -, invece, l’azione drammaturgica è stata decisiva per lavorare, a partire dai ricordi di Nada, sul concetto di “mitezza”, che non coincide con l’essere “imbelli e passivi”, ma piuttosto con la capacità di “rimanere saldi”.
“La mitezza è da intendersi come una virtù politica – insiste infatti Costanza Quatriglio -, e non è né maschile, né femminile. È un modo di stare al mondo e consentire agli altri di essere come sono. È qualcosa di fortissimo e anche rivoluzionario in un mondo in cui prevale la violenza e la prepotenza”.
È in una delle sequenze più dure del film, durante la visita alla madre sottoposta in un ospedale psichiatrico all’elettroshock, che questa predisposizione viene a manifestarsi in tutto il suo “eroismo”. Ed è proprio in questo momento che la magia viene a dissolversi per lasciare spazio alla crescita e alla consapevolezza dei personaggi: se da un lato Nada arriva a comprendere che non potrà guarire la madre, dall’altro viene finalmente a sciogliersi l’“equivoco” che la lega con pesantezza a questa responsabilità.
Quel che rimane documentaristico – in un film che rappresenta un unicum nella produzione di una regista fortemente impegnata in tematiche sociali (Triangle, 2014 ; Sembra mio figlio, 2018) – è un appassionante viaggio nell’Italia degli anni Cinquanta e Sessanta, realizzato attraverso l’estrema cura per i dettagli nelle ambientazioni e, soprattutto, attraverso la scelta delle canzoni. Quelle canzoni che svolgono un ruolo essenziale nella sceneggiatura – quasi fossero dialoghi – e che per la stessa Quatriglio hanno rappresentato la riscoperta di un “lessico familiare del tutto dimenticato”.
Il finale sulle note di Ma che freddo fa – che coincide con quello del documentario del 2009 –sembra allora dirci: se “lo strapotere dell’infanzia” deve essere abbandonato, è ancora nel segno della musica che l’incanto della “nuova” vita di Nada può avere inizio.
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