Addio alla Lollo, non solo la Bersagliera. Tutti i titoli letterari di una diva internazionale

Morta a 95 anni Gina Lollobrigida, per una intera generazione la Bersagliera al fianco di Vittorio De Sica. Una carriera da diva iniziata con un terzo posto a Miss Italia e diventata internazionale, anche con diversi adattamenti come “Il tesoro dell’Africa” di John Huston sceneggiato da Truman Capote che la vede al fianco di Humphrey Bogart. Con i “Pane, amore e” di Comencini, diventò la più amata dagli ataliani. Al terzo “capitolo” firmato da Dino Risi scelse di non continuare dando vita alla rivalità con Sophia Loren. E non si è consegnata solo al cinema: ha esplorato i mondi dell’arte e della fotografia, senza dimenticare la politica…

Nel mondo che ne fece un’icona, Gina Lollobrigida ci entrò con una sconfitta. È un mondo da cui è difficile dire se si possa davvero uscire, perché quel che ci si lascia dietro non viene mai cancellato e si ripresenta ciclicamente. Almeno fisicamente, però, la Lollo lo ha lasciato, il 16 gennaio, a 95 anni.

La sconfitta in questione avvenne nel 1947, nella seconda edizione di Miss Italia, quando la futura diva aveva appena vent’anni (era nata in provincia di Roma, a Subiaco, nel 1927). Se qualcuno vorrà obiettare che un concorso di bellezza non ha nulla a che fare con il cinema, dovrà ricredersi. La vincitrice quell’anno fu nientemeno che Lucia Bosé. La seconda classificata, Gianna Maria Canale, finì nel cinema con una carriera meno fortunata. Lei arrivò terza, ma fu il suo biglietto d’ingresso a Cinecittà, sebbene qualche comparsata avesse già iniziato a farla, a partire da Aquila Nera di Roberto Freda, tratto dal Dubrovskij di Puškin.

Non bisogna sorprendersi, il cinema italiano del dopoguerra guardava alle attrici come trofei di bellezza da inserire nei film per accarezzare lo sguardo maschile. Tante, di quel concorso, confluirono nella schiera di quelle che, rubando le parole a De Sica, divennero le “maggiorate”. Era proprio Gina Lollobrigida l’esempio iniziale da cui scaturì l’immagine cardine del femminile nel cinema italiano del dopoguerra. In Altri tempi di Blasetti, in un episodio da una novella di Scarfoglio, interpretava una popolana indicata e descritta come “maggiorata fisica”, giocando sul contrasto con minorata psichica.

Il talento, per quella generazione di attrici, arrivava in seconda battuta, quasi come un effetto collaterale, ma bastava per non scendere mai più dal treno carnevalesco del grande schermo. Solo così si poteva raggiungere lo stadio finale, divenire un’attrice da articolo: la Vitti, la Magnani, la Mangano, la Loren (la sua grande controparte).

Fu così che divenne la Lollo, solo uno dei suoi tanti nomi, ma decisamene quello definitivo nell’immaginario. Era nata invece come Luigia, aveva scelto poi Diana Loris come pseudonimo per i primi lavori nei fotoromanzi e in teatro, dove lavorò anche con Eduardo Scarpetta. E infine Gina, considerato forse più accattivante da qualche produttore.

Dal cinema, più precisamente da Pane, amore e fantasia di Luigi Comencini, si guadagnò anche il soprannome con cui tutti la ricordano: la Bersagliera. Fu il suo grande successo, era il 1953, e affianco di Vittorio De Sica si affermò come una delle attrici più amate dal pubblico. L’anno successivo tornò in quei panni, con Pane, amore e gelosia, sempre di Comencini. Al terzo film, diretto da Risi, scelse di dire no e venne sostituita prontamente da Sophia Loren, concedendo ai giornali il caso perfetto per ricamare il racconto di un’accesa rivalità.

A quel punto si mosse anche Hollywood, che aveva già provato a chiuderla in una gabbia dorata all’inizio della sua carriera. Ai grandi registi italiani per cui aveva già lavorato, poté aggiungere anche mostri sacri del cinema a stelle e strisce. John Huston la volle assieme a Bogart ne Il tesoro dell’Africa, sceneggiato da Truman Capote a partire da un romanzo di Claud Cockburn (nelle foto), in cui faceva parte di un quartetto con coppie mutevoli; King Vidor per il suo biblico Salomone e la regina di Saba, dove interpretava appunto la regina, pronta a sedurre Yul Brynner. Con Robert Z. Leonard fu invece la protagonista, assieme a Vittorio Gassman, di un film il cui titolo era tutto un programma: La donna più bella del mondo, ispirato alla vita della cantante lirica Lina Cavalieri.

Tante volte la sua carriera si intrecciò con la letteratura. Per Sherman fu l’amante di uno dei più grandi autori di tutti i tempi ne Le avventure e gli amori di Miguel de Cervantes. Tornò a lavorare con Comencini per il suo indimenticabile Pinocchio da Collodi, ovviamente nei panni della Fata Turchina. Fu l’Esmeralda di Delannoy nel suo adattamento di Notre-Dame de Paris di Hugo, al fianco di Anthony Queen. Carol Reed la scelse per Trapezio, tratto dall’omonimo romanzo di Max Catto, prodotto da Burt Lancaster, che ne fu anche protagonista. Infine, dal sapore letterario era anche una delle sue ultime apparizioni, moglie di Belmondo, nel tappeto rosso di stelle che Agnès Varda volle intitolare Le cento e una notti di Simon Cinéma.

Negli Stati Uniti coltivò anche una delle sue grandi passioni, la fotografia, immortalando tanti colleghi di grande prestigio, da Paul Newman a Audrey Hepburn. Perché la Lollo non fu mai una diva convenzionale, non si accontentò mai del cinema, ma continuò a cimentarsi in mille campi, anche molto distanti fra loro. Negli anni ’70 intervistò persino Fidel Castro. D’altronde dalla politica non fu mai lontana, al punto da figurare nei listini anche nell’ultima tornata elettorale, candidata con Italia sovrana e popolare di Marco Rizzo; una strada, quella della corsa alle elezioni, che aveva già provato nel 1999 con I Democratici di Romano Prodi, senza però risultare eletta.

Più tormentata la sua storia personale. Solo in tarda età confessò il suo più grande trauma, uno stupro subito appena diciottenne. Mentre nell’ultima parte della sua vita lei e la sua immagine furono al centro di una disputa legale, tuttora irrisolta, tra suo figlio e il suo entourage. È la terribile regola che si conferma troppo spesso, secondo cui divenire un’icona significa anche dover fare i conti con le più becere tendenze predatorie di chi cerca di mettersi a ruota del successo.

Ogni diva è un universo a sé stante e irripetibile, in cui si cristallizzano le aspirazioni di un’epoca, di un mondo, di un pubblico. Gina Lollobrigida non fa eccezione, ma ha saputo riempire il suo universo, rifuggendo sempre il rischio più grande di ogni stella del cinema: quello di essere solo apparenza.


Tobia Cimini

Perditempo professionista. Spende il novanta percento del suo tempo leggendo, vedendo un film o ascoltando Bruce Springsteen. Nel restante dieci, dorme.


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