L’ultimo gigante che sapeva (anche) ridere di sé. La scomparsa di Roberto Herlizka

È morto il 31 luglio, a 86 anni, Roberto Herlizka, uno degli attori di maggior pregio del panorama italiano. Tanto teatro, sin da giovanissimo, ma accanto a esso una lunga carriera in tv e nel cinema, che ha più volte incontrato la letteratura. Lettore appassionato, ha persino tradotto il “De rerum natura”. Bellocchio, Wertmüller, Maselli, Sorrentino, sono solo alcuni dei “suoi” registi, ma ha saputo diventare un idolo anche per i più giovani, grazie a “Boris”

Da quando, nel primo pomeriggio del 31 luglio, ha iniziato a diffondersi la notizia della morte, a 86 anni, di Roberto Herlitzka, il web si è riempito immediatamente di una sola sua breve clip. È sempre interessante, qualche volta persino sorprendente, constatare per quale scena o battuta specifica si ricorda un attore. Ma per Herlitzka c’è stato qualcosa di più.

Il mare di video era infatti l’affettuoso omaggio del pubblico più giovane, quello che lo ha conosciuto attraverso una serie di culto, scoperta da molti durante la quarantena: Boris. Lì, a Herlitzka era stato cucito addosso il ruolo di Orlando Serpentieri (nella foto), grande attore teatrale, costretto causa mutuo a prestarsi per il ruolo di Nonno Alberto nella terribile fiction Gli occhi del cuore.

Allora, era il 2007, Herlitzka aveva 69 anni e una carriera enorme alle spalle, ma non esitò a lasciarsi bonariamente prendere in giro. Proprio per questo, quel ruolo, oggettivamente minore in una sfilza di titoli e lavori come la sua, dice ancora tanto di che persona fosse e di come, contrariamente all’altezzosità con cui ci si immaginano i grandi del palcoscenico, abbia saputo evitare di prendersi eccessivamente sul serio.

Prima del teatro c’era stato il fascismo. Lui, nato a Torino nel ’37, ne aveva saltato una buona parte, ma non abbastanza per non dover ricorrere al cognome della madre, Berruti, per salvarsi dalle persecuzioni antisemite a cui quello del padre, un ebreo ceco riparato in Argentina negli anni più duri, lo avrebbe costretto.

Il palcoscenico lo trovò negli anni ’50, grazie alla scuola di Orazio Costa, grande teorico oltre che regista, e non lo lasciò mai, divenendone in breve uno dei nomi di punta. Padroneggiava tutto il canone, da Shakespeare, su cui tra l’altro ironizzava proprio in Boris, a Čechov e fu interprete a più riprese per tanti dei registi teatrali di maggior rilievo, da Ronconi a Lavia.

Proprio a teatro lo pescò il cinema, anzi più precisamente lo pescò Lina Wertmüller. Fu lei a portarlo sul grande schermo dopo averlo visto sulle assi del palcoscenico, facendolo esordire nel 1973 in Film d’amore e d’anarchia. Con lei Herlitzka siglerà uno dei tanti sodalizi della sua carriera, recitando in altri quattro film.

Prima, comunque, erano arrivati i grandi sceneggiati per la televisione, negli anni ’60 sempre ricolmi di cast straordinari. Aveva iniziato in Cenerentola di Stefano De Stefani, nel 1960, tratto chiaramente dalla fiaba di Basile. Ma aveva poi continuato a lungo, prestandosi a tanti adattamenti: Il processo di Luigi Di Gianni (1978, da Kafka), La certosa di Parma di Mauro Bolognini (1982, da Stendhal), Il nome della rosa di Giacomo Battiato (2019, da Eco).

Della letteratura, da uomo di grande cultura, era in fondo un grandissimo amante. Si diceva affezionato alla K del suo cognome perché lo riportava a Kafka. E per anni, con passione, aveva lavorato alla traduzione dell’amatissimo De rerum natura di Lucrezio, rendendolo in terzine danteggianti e riuscendo, infine, a pubblicarlo (con la Nave di Teseo).

Al cinema nel mentre aveva preso a lavorare assiduamente, anche lì con tanta letteratura. Nel 1974 è nel cast de L’invenzione di Morel di Emidio Greco, tratto dal libro di Adolfo Bioy Casares (che sarà riproposto a breve dalle Giornate degli Autori) , nell’87 su quello de Gli occhiali d’oro di Giuliano Montaldo, adattamento da Bassani; per Montaldo tornerà poi nel dostojevskijano I demoni di San Pietroburgo, nel 2008.

Ma sono le collaborazioni con Bellocchio prima e Sorrentino poi a dargli i ruoli per cui oggi tutti lo ricordano. In Buongiorno, notte del primo è Aldo Moro, incarnando la ferita politica mai rimarginata della storia d’Italia, tornando a camminare per le strade di Roma nel celeberrimo finale. Con il regista di Bobbio saranno in totale ben cinque i film. Con Sorrentino, invece, appena due, ma tra questi anche La grande bellezza, premio Oscar nel 2014. Senza scordare, ovviamente, tra i maestri per cui è stato attore, Citto Maselli, che lo volle nel suo Ombre rosse del 2009.

Nella clip diventata virale, Herlitzka diceva con il solito garbo e la dizione impeccabile: «Ferretti, gradirei morire, in solitudine se possibile». Delle due, solo la prima richiesta è accaduta davvero, perché non è il destino degli attori andarsene da soli, specie di quelli grandi. No, come il palcoscenico insegna, non si può chiudere senza lo scrosciante e rassicurante rumore di un applauso. È una strana legge di un mestiere ancor più strano, ma un mestiere che Roberto Herlitzka ha conosciuto davvero fino in fondo.


Tobia Cimini

Perditempo professionista. Spende il novanta percento del suo tempo leggendo, vedendo un film o ascoltando Bruce Springsteen. Nel restante dieci, dorme.


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