Quel colpo di fionda contro l’establishment. Pasolini & Mangini: i tre film della loro (scandalosa) collaborazione
Nel centenario della nascita di Pier Paolo Pasolini, lo ricordiamo riscoprendo i tre film realizzati con la grande fotografa e documentarista Cecilia Mangini (che ci ha lasciato nel 2021): “Ignoti alla città” (1958), “Stendalì – Suonano ancora” (1960) e “La canta delle marane” (1961). Tre corti che, dai ragazzi delle borgate romane alle donne del Salento, testimoniano la tensione critica di due grandi intellettuali del Novecento, ancora irriducibili ai tentativi di normalizzarne la carica contestativa verso la società…

L’attività cinematografica di Pier Paolo Pasolini, nato cento anni or sono, il 5 marzo 1922 a Bologna, è cominciata (anche) con Cecilia Mangini. E viceversa, perché la fotografa e documentarista esordì sullo schermo con tre corti realizzati in collaborazione con l’artista e intellettuale (assassinato nel 1975): Ignoti alla città (1958), Stendalì – Suonano ancora (1960) e La canta delle marane (1961). Tre lavori di dieci minuti ciascuno, ma tali da definire già due diverse traiettorie poetiche accomunate, tra le altre cose, dalla tensione a scandalizzare: dando dignità d’immagine e voce a quanti la cultura dell’Italia borghese e democristiana metteva, sdegnosamente e ipocritamente, ai margini.
Sono infatti i ragazzi delle borgate romane (nel primo e nel terzo film) e le donne di Martano, nel Salento (secondo corto), i protagonisti di queste opere intrise (anche) di letteratura. Quella dello stesso Pasolini, al cui primo, dirompente romanzo “romano”, Ragazzi di vita, si ispira direttamente Ignoti alla città. Condividendone anche le traversie giudiziarie: processato per oscenità il libro e per istigazione a delinquere il film. Accusa, quest’ultima, mossa dall’allora Ministro dell’Interno Tambroni, prendendo a pretesto la scena di un piccolo furto commesso dai ragazzi in un’edicola. Con la censura, d’altronde, lo sguardo politicamente incandescente di Pasolini e di Mangini continuerà a fare i conti.
Ignoti alla città è, nella sua efficacissima condensazione, un adattamento perfetto di Ragazzi di vita, persino più radicale nell’assenza totale di una figura identificabile come protagonista. Lo sguardo limpido ed essenziale della documentarista coglie scene di una forza tale da farci sospettare che abbiano ispirato il futuro regista ben oltre i primi lungometraggi: pensiamo ai passi di danza davanti al juke-box che ricordano l’incipit di Uccellacci e uccellini. O ai corpi avvinghiati sopra un ragazzo nella giocosa lotta in mezzo al fango, di cui forse uno dei supplizi finali di Salò ci offre un’agghiacciante rivisitazione al tempo del «genocidio culturale». Dal canto suo, Pasolini sovrappone alle immagini di Mangini un commento lirico in terza persona, dove troviamo (anche) l’emblematica sineciosi della coeva raccolta poetica La religione del mio tempo: «La loro pietà è nell’essere spietati, la loro forza nella leggerezza, la loro speranza nel non avere speranza».
Si nutre invece delle ricerche etnologiche di Ernesto De Martino, e in particolare dello studio Morte e pianto rituale, il successivo Stendalì. Ancora più straniante del precedente lavoro nel proiettarci dentro una cultura arcaica che si confronta col mistero tragico della morte, tema chiave di tutta l’opera di Pasolini. Che qui compone, nel dialetto grìco antico della tradizione locale, lo straziante canto funebre (recitato in italiano da Lilla Brignone) intonato dalle donne per un giovane defunto di sedici anni. Ulteriormente incisive e destabilizzanti le inquadrature di Mangini (tra cui una dal punto di vista del morto), il cui sguardo restituisce qui la forza di un contesto femminile plurale, come farà in successivi film, da Essere donne alle combattenti del progetto sul Vietnam.
Ultimo film della collaborazione, La canta delle marane riprende i “ragazzi di vita” di Ignoti alla città mutando però prospettiva e stile. A cominciare proprio dal commento di Pasolini, che stavolta è in prima persona, e racconta l’episodio che dà il titolo al film (il bagno in uno dei piccoli corsi d’acqua del territorio romano, le “marane” appunto) come il ricordo di un tempo passato e perduto. Siamo, non a caso, alle porte di quella «mutazione antropologica» denunciata di lì a poco dallo scrittore-regista (il cui primo lungometraggio, Accattone, debutterà nello stesso anno) come omologazione della vitalità sottoproletaria al paradigma mortifero del neocapitalismo.
La scrittura filmica di Mangini riflette quest’accresciuta complessità, tracciando i contorni di veri e propri personaggi e alternando primi e primissimi piani di forte impatto (come quello iniziale sull’urlo da indiano) a movimenti che abbracciano il gruppo nel suo insieme: come quello finale, dove i ragazzi lanciano colpi di fionda, gestacci e improperi in direzione della macchina da presa.
Ed è una delle immagini che più e meglio condensano il cinema nato dalla collaborazione tra due irriducibili e irripetibili osservatori e cantori del nostro Novecento. Nonché, a tutt’oggi, lo sberleffo a un establishment politico-culturale che sembra aver (tardivamente) riscoperto e (superficialmente) mitizzato entrambi i registi dopo anni di censura e ostracismo. Ma la forza contestativa dell’opera di Pier Paolo Pasolini e Cecilia Mangini continua, ostinatamente, a non essere integrabile, disinnescabile, normalizzabile. Questi tre film, e quelli che verranno, stanno ancora a dimostrarlo: come un colpo di fionda lanciato alle comode certezze dei nostri punti di vista sul reale.
Emanuele Bucci
Libero scrittore, autore del romanzo "I Peccatori" (2015), divulgatore di cinema, letteratura e altra creatività.
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