Quel piccolo giallo da un grande romanzo…

Quarto appuntamento con la rubrica dedicata ai classici della letteratura diventati dei classici del cinema. È la volta de Il nome della rosa, copolavoro di Umberto Eco adattato per il grande schermo da Jean-Jacques Annaud nel 1986. Cinque anni di lavorazione tra sopralluoghi e casting. Franco Franchi che rinunciò al ruolo di Salvatore. Un’operazione di successo, ma…

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Lo Strega è il premio letterario italiano più celebre ma anche più discusso. Dai libri che hanno vinto l’importante riconoscimento sono nate numerose pellicole. Tra le più celebri, sicuramente, è Il Gattopardo (1963), capolavoro di Luchino Visconti tratto dall’omonimo romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa vincitore, appunto, dello Strega 1959.

Non mancano, tuttavia, casi più recenti, che confermano come il premio sia ormai diventato una sorta di viatico necessario per il cinema. È accaduto, infatti, a Non ti muovere di Margaret Mazzantini, sul podio nel 2002 e  portato due anni dopo sul grande schermo – con infelice risultato – dal marito regista e attore Sergio Castellitto;  a Caos calmo di Sandro Veronesi che si è affermato nell’edizione 2006 per diventare un film, due anni più tardi, per la regia Antonello Grimaldi e l’interpretazione di Nanni Moretti. Ed è accaduto anche quest’anno a La scuola cattolica (leggi la recensione di Paola Pitagora), romanzo fiume di Edoardo Albinati, vincitore annunciato di questa edizione numero 70 e già pronto per sbarcare sul grande schermo, con un adattamento ancora top secret.

Ma veniamo all’edizione 1981 dello Strega, perché da lì venne fuori un testo epocale, un bestseller planetario, divenuto un cardine della letteratura modiale. Stiamo parlando, infatti, de Il nome della rosa di Umberto Eco, ineguagliato capolavoro del celebre intellettuale recentemente scomparso, che il cinema, ovviamente, non si lasciò scappare.

In quegli anni, infatti, andava affermandosi il romanzo storico, spesso di ambientazione medioevale. Tra i titoli più in vista I dodici abati di Challant (Einaudi) di Laura Mancinelli recentemente scomparsa, Il tesoro del Bigatto (Rusconi) di Giuseppe Pederiali, Il bambino della strega (Mondadori) di Luigi Santucci, Le mura del cielo (Rizzoli) di Ferruccio Ulivi, ma nessuno di questi romanzi raggiunse la ricchezza narrativa del testo di Umberto Eco che Jean-Jacques Annaud adattò per il grande schermo nel 1986.

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Il primo romanzo del celebre scrittore, oltre 50milioni di copie vendute, è ambientato nel 1327 in un monastero benedettino del Nord Italia. L’anziano monaco Adso da Melk, ricorda l’avventura vissuta insieme al suo maestro Guglielmo da Baskerville, quando era novizio e vennero inviati nel monastero per fare da “mediatori” tra  i francescani protetti dall’imperatore Ludovico il Bavaro e gli emissari del papa di Avignone, Giovanni XXII.

In sette giorni, vengono uccisi sette monaci. Tutti i delitti sembrano portare alla biblioteca del monastero, che nasconderebbe un misterioso segreto. Indaga anche l’inquisitore Bernardo Gui, che condanna al rogo due monaci, ex eretici dolciniani e una donna, accusandoli degli omicidi senza avere alcuna prova. Guglielmo da Baskerville, con l’aiuto del suo allievo, scoprirà il vero responsabile e il movente: tenere nascosta la scoperta ed evitare la lettura del secondo libro della Poetica di Aristotele, dedicato alla commedia e in particolare al riso. Un terribile incendio che distrugge l’abbazia e il manoscritto conclude il romanzo e le indagini di Guglielmo.

Il romanzo di Eco, tradotto in 40 lingue, è un testo costruito con tutte le complicazioni possibile, con una scrittura ora piana, ora allusiva, ora metaforica, ma capace di inchiodare il lettore con una trama che sa mescolare magistralmente generi e stili diversi. Nelle oltre 600 pagine, infatti, troviamo la cultura filosofica, semiotica e tecnica che l’autore aveva affrontato in numerosi saggi. Eco riesce così a costruire un testo stratificato che può essere letto a piacimento come un romanzo giallo o una metafora politica, destinato a divertire, annoiare o irritare.

Ad appassionarsi subito al romanzo è stato il regista francese Jean-Jacques Annaud che nel 1977 si era aggiudicato l’Oscar per il Miglior film straniero per Bianco e nero a colori (Noir et blancs en couleur, 1976) l’anno in cui era stato selezionato anche Pasqualino Settebellezze (1976) di Lina Wertmüller. Come dichiarato recentemente in un’intervista al Corriere della Sera, Annaud comprò una delle prime copie uscite in Francia e cercò subito di acquisirne i diritti. Detto fatto incontrò Eco e si mise a lavorare al film, cercando di semplificare per il cinema la complessità della trama letteraria.

Per interpretare Guglielmo da Baskerville vennero presi in considerazione diversi attori: da Paul Newman a Marlon Brando, da Jack Nicholson a Robert De Niro, da Albert Finney a Vittorio Gassman passando per Michael Caine, Richard Harris, Ian McKellen, Roy Scheider, Donald Sutherland, Max von Sydow, Yves Montand e Frederic Forrest. Alla fine venne scelto Sean Connery anche se per Umberto Eco l’attore scozzese era uno “007 ormai in pensione”… l’anno dopo Connery vinse l’Oscar come Miglior attore non protagonista per  The Untouchables – Gli intoccabili (1987) di Brian De Palma.

Per il ruolo del giovane Adso, dopo un casting che vide la partecipazione di centinaia di adolescenti, la scelta cadde sull’allora sedicenne Christian Slater. L’unico ruolo femminile del film, quello della ragazza che seduce il giovane Adso, inizialmente pensato per l’attrice francesce Mathilda May (al momento impegnata in Space Vampires) fu assegnato alla cilena Valentina Vargas.

A seguire, il temibile inquisitore Bernardo Gui, personaggio realmente esistito, fu interpretato da F. Murray Abraham premio Oscar come miglior attore per l’interpretazione di Antonio Salieri in Amadeus (1984) di Miloš Forman. Da segnalare, infine, Fëdor Fëdorovič Šaljapin che interpretò Jorge da Burgos e Urs Althaus nel ruolo di Venanzio, quest’ultimo forse noto ai più per l’interpretazione di Aristoteles nel film L’allenatore nel pallone (1984) di Sergio Martino al fianco di Lino Banfi. Franco Franchi venne scelto per il ruolo di Salvatore (uno dei monaci dolciniani), ma l’attore siciliano scoprì che i truccatori l’avrebbero sottoposto alla tonsura dei capelli (la cosiddetta chierica) e rifiutò la parte che venne assegnata a Ron Perlman.

Dopo cinque anni di preparazione, serviti anche per i sopralluoghi in abbazie, monasteri e vecchie biblioteche, Il nome della rosa di Jean-Jacques Annaud venne girato in sedici settimane fra l’Abbazia di Eberbach in Germania, la Rocca Calascio in Abruzzo e Castel del Monte (Andria) in Puglia e gli studi di Cinecittà a Roma. Le riprese si svolsero tra l’11 novembre 1985 e il 10 marzo 1986.

La pellicola, un’importante produzione Italo-Franco-Tedesca (all’epoca il film era costato 32 miliardi di lire) campione d’incassi in Italia nella stagione 1986/87, semplifica la trama del libro, riduce i delitti, elimina alcuni personaggi (come Bencio da Uppsala, un monaco che aiuta il protagonista e il suo aiutante) e giustizia il cattivo. Annaud sfrutta l’ambientazione e il fascino medioevale, ma sacrifica la raffinata narrazione filosofica e culturale facendo “semplicemente” un buon film giallo.

Umberto Eco nel 2011 dichiarò che odiava Il nome della rosa, ma nonostante questo quel romanzo continua ad ispirare. Tra fine anno e inizio 2017 inizieranno le riprese di una miniserie in dieci puntate per Raiuno su cui ha  lavorato lo stesso Eco. La serie sarà più fedele al romanzo rispetto al film di Annaud? Staremo a vedere.