I tre moschettieri all’assalto del cinema. Tra Garibaldi e Hollywood

Sono diverse decine le versioni cinematografiche de “I tre moschettieri”, popolare romanzo di cappa e spada di Alexandre Dumas padre, scrittore prolifico, uomo d’azione e amico personale e biografo di Garibaldi. Da quella del ’21 col fascinoso “re di Hollywood” dell’era del muto, Douglas Fairbanks alla più irriverente, con tratti slapstick, di Richard Lester… In ognuna, però, non manca lo storico motto: “Tutti per uno, uno per tutti”…

“Tutti per uno, uno per tutti”. Se c’è un motto che ha segnato l’immaginario infatile – e non solo –  per oltre due secoli, sicuramente è questo dei Tre moschettieri, protagonisti del celebre classico di “cappa e spada” della letteratura francese nato dalla penna di Alexandre Dumas padre (Villers-Cotterêts, 24 luglio 1802 – Puys, località di Dieppe, 5 dicembre 1870), grande creatore di trame popolari e personaggi da antologia come Il conte di Montecristo e, infine lui stesso personaggio passionale e uomo d’azione, tanto da aver seguito e sostenuto (anche finanziariamente) Garibaldi nell’impresa dei Mille ed esserne diventato amico e biografo (Mémoires de Garibaldi).

Scritto con la collaborazione di Auguste Maquet ed ispirato al romanzo storico Mémoires de M. d’Artagnan di Gatien de Courtilz de Sandras (tre volumi usciti nel 1709), I tre moschettieri, pubblicato per la prima volta nel 1844, narra le avventure di quattro prodi spadaccini al tempo di Luigi XIII.

I moschettieri Athos, Porthos, Aramis e il guascone d’Artagnan offrono il loro ardire al servizio della regina Anna d’Austria, insidiata dalla trame del Cardinale Richelieu, impegnandosi a recuperare i fermagli di diamante da lei imprudentemente donati all’amato Buckingham.

L’intreccio serrato, la felice caratterizzazione dei personaggi, calati ciascuno in una sua ben definita dimensione psicologica, e l’atmosfera intensa ed avventurosa assicurarono duratura popolarità e fortuna al romanzo che ebbe ben due seguiti: Vent’anni dopo (1845) e Il visconte di Bragelonne (1850).

Una popolarità che non sfuggì al “cinematografo” che sappiamo fin dai suoi albori – anzi soprattutto agli albori – così interessato alla letteratura. Sono, infatti, diverse decine le trasposizioni cinematografiche ispirate alla cosiddetta “trilogia dei moschettieri”.

Numerosi registi si sono cimentati nell’impresa, tra gli ultimi Paul W. S. Anderson con una versione da fumetto e tra i primi  James Whale, regista di Frankenstein (1931), passando per Randall Wallace, sceneggiatore del Braveheart di Mel Gibosn.

Autentiche star hanno dato il volto ai personaggi del romanzo, tra gli altri, Leonardo Di Caprio, Jeremy Irons, John Malkovich, Gérard Depardieu, Milla Jovovich, Orlando Bloom, Catherine Deneuve, Charlie Sheen, Kiefer Sutherland, Faye Dunaway, Charlton Heston, Peter Cushing, senza dimenticare l’immancabile Disney. Ma tre versioni cinematografiche de I tre moschettieri meritano più di un cenno.

La prima è quella del 1921, diretta da Fred Niblo che di lì a poco avrebbe portato al cinema il primo Ben Hur della storia. D’Artagnan venne intepretato dal grande Douglas Fairbanks, il divo dei film d’avventura, l’eroe senza macchia e senza paura di Hollywood e co-fondatore, insieme a Charlie Chaplin, David Wark Griffith e la compagna Mary Pickford, della United Artists che distribuì anche la pellicola tratta dal romanzo di Dumas.

La versione di Niblo, eccessivamente arricchita dalla sceneggiatura di Edward Knoblock e dalla sfarzosa scenografia curata da Edward M. Langley, puntò tutto sul protagonista mettendone in risalto le qualità atletiche e la carica di simpatia che l’avevano reso la star più popolare del cinema muto. Fairbanks tornò ad interpretare D’Artagnan nel film La maschera di ferro (1929) tratto da Il visconte di Bragelonne e diretto da Allan Dwan. Con l’avvento del sonoro, come capitò a molti divi di allora, però le glorie di Fairbanks svanirono e il testimonial di “re di Hollywood” passò a Clark Gable.

Decisamente più noto I tre moschettieri girato nel 1948 da George Sidney con un cast di “stelle”, da Lana Turner ad Angela Lansbury, da Van Heflin a Vincent Price per arrivare a Gene Kelly nei panni di un insolito D’Artagnan. Una delle versioni più celebri del romanzo di Dumas e probabilmente la più fedele allo spirito del libro, anche grazie alla sceneggiatura di Robert Ardrey; costruito come una commedia musicale senza musica, proprio grazie alla presenza di Kelly i cui duelli sembrano eleganti balletti, il film utilizzò i costumi, le scenografie e il colore per sottolineare bene l’entusiasmo epico delle avventure. Il duello tra D’Artagnan e Jussac (Sol Gorss) è stato il più lungo della storia del cinema fino al successivo, in Scaramouche, diretto sempre da Sydney. Straordinaria Lana Turner nei panni di Miledy.

Il romanzo di Dumas padre ottenne un’altra indimenticabile trasposizione nel 1973 per la regia di Richard Lester, che pochi anni prima aveva diretto Buster Keaton nel suo ultimo film, Dolci vizi al foro. Il regista aveva acquistato i diritti di Flashman, l’irresistibile mascalzone creato da George MacDonald Fraser, ma non essendo riuscito a realizzare per tempo una valida sceneggiatura, convinse lo scrittore ad aiutarlo nella scrittura de I tre moschettieri.

Nacque così una versione irriverente, con tratti slapstick, del celebre romanzo. Ad intepretare i ruoli principali vennero chiamati: Michael York (D’Artagnan), Oliver Reed (Athos), Frank Finlay (Porthos), Richard Chamberlain (Aramis), Raquel Welch (Costanza Bonancieux), Christopher Lee (Rochefort), Charlton Heston (Richelieu), Faye Dunaway (Milady), Jean-Pierre Cassel (Luigi XIII) e Geraldine Chaplin (Regina Anna d’Austria).

Girato in Spagna con fondi panamensi, il film di Lester è una trasposizione che smitizza il romanzo, ad esempio non c’è uno scontro in cui i duellanti rispettino le regole cavalleresche, e forse proprio per questo affascina e diverte più di altre. Con gli stessi attori vennero anche girati Milady (1974) e Il ritorno dei tre moschettieri (1989) tratto dal romanzo di Dumas, Vent’anni dopo.

Le altre versioni furono, per quanto pervase da scene di azione, meno fedeli alla trama del romanzo di Dumas, un testo che continua a rimanere vivo nella memoria collettiva e che in ogni sua rappresentazione ci ricorda il valore di quel “Tutti per uno, uno per tutti”. Un motto, a pensarci bene, molto garibaldino.

Marco Ravera

Ama il cinema, la politica, i libri, il tennis e Dylan Dog

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