Un bel libro su una brutta storia. Il cinema che racconta “La dissolvenza del lavoro”

È fresco di stampa, “La dissolvenza del lavoro. Crisi e disoccupazione attraverso il cinema” di Emanuele Di Nicola (Ediesse Edizioni). Libro necessario, appassionato e appassionante su quel cinema che ha saputo raccontare i recenti drammatici cambiamenti dell’universo lavorativo, seguiti soprattutto alla crisi del 2008. Un testo di critica cinematografica come non se ne trova più, un saggio sul contemporaneo che si legge come un romanzo. A conferma della grande professionalità del giornalista e dello sguardo assolutamente originale del critico cinematografico, di cui godono spesso anche queste nostre pagine web …

Marion Cotillard in Due giorni, una notte dei fratelli Dardenne

“Le parole sono importati” urlava l’alter ego morettiano di Palombella rossa, schiaffeggiando la giornalista sprovveduta e modaiola.

Emanuele Di Nicola, al contrario, l’importanza delle parole la conosce bene. E la pratica con entusiasmo. Che siano le cronache del nostro presente (è redattore di Rassegna Sindacale) o le acute recensioni cinematografiche (per Gli spietati e per queste pagine web) le sue di parole sono sempre misurate, ponderate, azzeccate. Come anche in questo suo primo libro, fresco di stampa, per le edizioni Ediesse (151 pp, 14,00 euro).

Azzeccatissimo già dal titolo: La dissolvenza del lavoro. Dove quel termine tecnico cinematografico – dissolvenza – che indica la graduale sparizione dell’immagine, spiega esattamente quanto è accaduto al mondo del lavoro, gradualmente venuto a mancare, sparito per molti dall’orizzonte di quest’alba di millennio. Come puntualizza il sottotitolo: Crisi e disoccupazione attraverso il cinema.

In questo senso il testo di Emanuele Di Nicola si propone come un fondamentale nuovo capitolo non solo della storia del cinema più recente (dalla crisi del 2008 ad oggi, soprattutto) ma della nostra stessa storia, in quello scambio sinergico di cui da sempre si è nutrita la settima arte. O almeno quella che a noi che siamo orgogliosamente di parte, ci ha sempre interessato di più: il cinema capace di stringere l’obiettivo su chi nel mondo resta ai margini e fatica a conquistarsi una sua posizione, travolto, soprattutto in questi ultimi tempi, dal leviatano del capitalismo globalizzato.

La scelta di campo è dunque fatta. Come testimonia l’immagine di copertina: Marion Cotillard, magnifica eroina proletaria per i fratelli Dardenne in Due giorni, una notte (2014), a cui Emanuele dedica pagine toccanti raccontando di quella “guerra tra poveri” a cui Sandra, la protagonista, tenta di sottrarsi (rinuncia al posto di lavoro altrimenti tolto ad un altro operaio) convertendo “la debolezza femminile in forza morale” e scrivendo un “finale umanista, come sempre” nel cinema dei cineasti valloni, attenti soprattutto agli ultimi e ai più deboli.

E così Ken Loach, impegnato fin dai tempi del Free cinema a “sfidare il racconto dei potenti”, da quell’osservatorio “privilegiato” in fatto di funeste politiche liberiste che è la Gran Bretagna della Thatcher. E dove, non a caso – evidenzia Emanuele -, a iniziare il racconto della disoccupazione, della dissolvenza del lavoro, è una commedia musicale sugli operai che si reinventano spogliarellisti (Full Monty, ’97) e che diventa uno “dei maggiori successi commerciali del cinema inglese”. Evidenziando già allora “la sostanziale immobilità del sistema di welfare” che vent’anni dopo, nel magnifico Io, Daniel Blake viene mostrato dal vecchio Ken per quello che è diventato realmente: uno stato sociale rivolto a rendere i poveri sempre più poveri, cancellandone ogni dignità.

Non diversamente accade nella Francia di Hollande, ci raccontano queste pagine, dove è Stéphane Brizé a inscenare la spietata legge del mercato e i lavoratori In guerra contro la multinazionale tedesca che impone la dismissione della fabbrica. O quel gruppo di portuali marsigliesi, orgogliosa classe operaia protagonista di tanto cinema di Robert Guédiguian che ora, invece, ne Le nevi del Kilimangiaro, vede lo stesso rappresentante sindacale licenziare se stesso nell’estrazione a sorte decisa dagli stessi lavoratori. O quel figlio che arriva a licenziare il padre in Risorse umane, film d’esordio di Laurent Cantet del ’99, folgorante “metafora di una modernità spietata che calpesta la dignità” e preludio alla crisi che verrà.

Emanuele Di Nicola da sensibile e acuto critico cinematografico qual è ci accompagna attraverso un centinaio di titoli, offrendo di ciascuno una sua personale lettura, un suo personale punto di vista, da cui emerge anche lo sguardo attento del cronista a cui nulla sfugge degli umori dei tempi.

Quei titoli si fanno racconto, racconto dell’Italia del “popolo delle cuffiette”, quello dei lavoratori dei call center (a cominciare da Tutta la vita davanti di Paolo Virzì, dal libro di Michela Murgia, Il mondo deve sapere), dei padri separati che finiscono a dormire in auto (Gli equilibristi di Ivano De Matteo), di madri single mobbizzate affinché lascino l’impiego (Mi piace lavorare di Francesca Comencini), di professionisti del rimpiazzo che come in una comica di Fregoli s’inventano cuochi, operai, autisti, attacchini (L’intrepido di Gianni Amelio), di ricercatori che fanno i benzinai (la strepitosa trilogia sul precariato di Sidney Sibilia cominciata con Smetto quando voglio), ma anche di imprenditori che restano disoccupati (Giorni e nuvole di Silvio Soldini tra i primi) perché questa crisi a casa ha lasciato anche loro.

La vergogna sociale di perdere il lavoro tocca anche ai manager ci racconta Emanuele, che siano tagliatori di teste alla fine tagliati (Volevo solo dormirgli addosso, di Eugenio Cappuccio dal romanzo di Massimo Lolli) industriali che tentano di agire dalla parte del bene (L’industriale di Giuliano Montaldo) oppure manager killer, come quello di Costa Gavras deciso ad eliminare letteralmente la concorrenza (Cacciatore di teste dal romanzo del giallista americano Donald E. Westlake).

Scorre come un romanzo La dissolvenza del lavoro. Con certe acutezze letterarie qua e là che non ti aspetti da un saggio. Montale e i suoi “cocci aguzzi”, per esempio, evocati dall’autore per la sequenza di Giorni e nuvole, quando la protagonista – già messa alle corde dalla crisi –  si risveglia davanti ai frammenti della lampada rotta e “apprende che la vita è anche camminare sui vetri”. O quella “metafora” sul lavoro come rapporto sadomaso tra operaio e padrone che indaga attraverso gli americani Secretary di Steven Shainberg e la trilogia delle Cinquanta sfumature, dimostrando originalità di lettura e libertà da vizi e pregiudizi di molta critica.

Emanuele Di Nicola lo sa che le parole sono importanti. Come ogni giornalista del resto. Ma anche il giornalismo – si legge nelle pagine più tecniche dedicate alle trasformazioni del lavoro che seguono ogni capitolo del libro – è tra i mestieri destinati alla “dissolvenza”, tra non più di dieci anni. Siamo certi, per contro, che se alle parole si continuasse a dare la giusta importanza il giornalismo quello vero non sarebbe destinato all’estinzione. E tanto meno la critica cinematografica. Come dimostra, del resto, questo bel lavoro di Emanuele Di Nicola.

Gabriella Gallozzi

Giornalista e critica cinematografica. Fondatrice e direttrice di Bookciak Magazine e del premio Bookciak, Azione!. E prima, per 26 anni, a l'Unità.

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