“Quo Vadis”, il kolossal dei kolossal che riaprì Cinecittà dopo la guerra

Centoventi anni fa lo scrittore premio Nobel polacco Henryk Sienkiewicz pubblicava il suo capolavoro. Cinquantacinque anni dopo, per la regia di Mervyn LeRoy, sarebbe diventato il kolossal che più kolossal non si può. Girato a Cinecittà inaugurò la fortunata stagione della “Hollywood sul Tevere”, offrendo lavoro a centinaia di comparse e maestranze, tra cui anche i giovani Sergio Leone, Franco Zeffirelli, la Loren e sua madre…

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Ci occupiamo di un film che non ci abbandona letteralmente mai. Replicato e ri-replicato (in questi giorni nell’ambito della IV edizione di Ciakpolska, festival di cinema polaccco a Roma), sempre con successo, specie per le “feste comandate”, quindi fra un po’ di giorni.

È un film che conosciamo più o meno tutti a memoria e che racconta dell’amore del console romano Marco Vinicio per la cristiana Licia, e della sua conversione al cristianesimo. Quel Marco Vinicio che infine, grazie allo schiavo Ursus, riesce a salvarla. Questo, mentre, su tutto, domina Nerone e la decadenza della romanità. Giusto l’imperatore Nerone, che dà fuoco alla città e ne attribuisce poi la colpa ai seguaci di Cristo.

Parliamo quindi, senza equivoci, del “titano di celluloide” per eccellenza, così per come venne ribattezzato dai giornali dell’epoca, ossia del celebre film del 1951 Quo Vadis di Mervyn LeRoy, tratto dal celeberrimo romanzo di Henryk Sienkiewicz del 1896 (quindi cento e 20 anni fa!), film cui siamo tutti teneramente affezionati.

Il lavoro di Mervyn LeRoy è cronologicamente preceduto (e seguito) da altre versioni (ricordiamo almeno quella di Enrico Guazzoni del 1913). Il suo Quo Vadis è in particolare un film kolossal che più kolossal non si può, in una linea di tradizione, allora ancora incerta, che rimonta comunque a Cabiria di Pastrone per via diretta, e che con stilemi nuovi e del tutto “replicabili”, addirittura inaugura la gloriosa stagione “industriale” della Hollywood sul Tevere.

Mentre il romanzo d’ispirazione dello scrittore polacco Henryk Sienkiewicz, pubblicato a puntate nel 1894 sulla Gazzetta Polacca, per poi essere raccolto in un unico volume nel 1896, fece assurgere l’autore a fama internazionale e lo portò fino all’assegnazione del Premio Nobel per la letteratura nel 1905, altrettanto coperti di gloria e di nomination all’Oscar furono i componenti della troupe e gli interpreti del film di LeRoy. Si tratta per questi ultimi, per citare solo i maggiori, di Robert Taylor, Deborah Kerr, Peter Ustinov, Marina Berti e Leo Genn.

All’epoca l’ufficio stampa della Metro-Goldwyn-Mayer fornì cifre e curiosità in abbondanza e molto allettanti per il lancio del film; ce li dobbiamo immaginare come letti da una voce stentorea che sovrasta il trailer (allora si chiamava “prossimamente”) del film: “12 anni di studi e ricerche storiche, artistiche e del costume, 2 anni di preparazione tecnica. Tutti i teatri di Cinecittà occupati. Più di trentamila comparse. Ben 622 animali, di cui 63 leoni. 32.000 costumi. 15.000 sandali. 4.000 tra elmi e corazze; ed ancora 12.000 pezzi di gioielleria, 3.000 parrucche. Costo totale due miliardi di lire! Tre ore di durata!”.

Trailer a parte, i soldi di Quo Vadis servirono come il pane a quella Cinecittà che da poco aveva riaperto i battenti e cercava di lavorare stabilmente. Come tutta la città, del resto. Il film diede un bel po’ di lavoro alla città intera: migliaia furono le comparse che vi presero parte, tra le quali pare, la Loren (che all’epoca si chiamava ancora Sofia Scicolone, e che interpreterebbe, pare, il ruolo di una schiava del console Aulo Plauzio) e sua madre; entrambe a 500 lire al giorno, la paga delle comparse.

Molte poi le donne romane che vendettero i propri capelli per confezionare le tante parrucche usate nel film. Parrucchieri “volanti” della produzione si occuparono del “prelievo”. Per quella umanità brulicante ed affamata che girava per le parti della Tuscolana, trovare “lavoro” o “soldi”, faceva singolarmente parte a pieno titolo di quella strana cosa che era la “magia del cinema”…

Con Quo Vadis, e gli altri film americani che seguiranno, si formavano al contempo le maestranze e gli autori del nostro cinema. A dare un’occhiata ai “reparti”, in regia scopriremmo un giovanissimo Sergio Leone, come assistente alla regia, assieme a Franco Zeffirelli.

Una curiosità, tra le curiosità, di Quo Vadis fu il “casting”, così come diremmo oggi, per trovare qualche muscoloso in grado di sostenere il ruolo del gigante forzuto Ursus, una delle figure di spicco della narrazione. Per la sua “ricerca” fu dispiegata una campagna nazionale di pubblicità, con molti avvisi sui quotidiani:“CERCASI URSUS – spedire a “QUO VADIS? Cinecittà • ROMA unendo fotografia, possibilmente a torso nudo, e indicando la statura, il peso e l’età”, c’era scritto. Tutto inutile perché alla fine il prescelto fu Buddy Baer, fratello del campione del mondo dei massimi Max, un uomo-montagna, alto due metri, ed un vero problema per molti alberghi romani per trovagli un letto idoneo.

Tra le “curiosità”, certo non tra quelle divulgate dall’ufficio stampa della Metro, il fatto che il kolossal venne segnato pure da qualche primo sciopero contro i produttori americani che dimostrano scarso rispetto, ed inclinazione allo sfruttamento, per le maestranze italiane; come puntualmente racconta l’Unità dell’epoca.

Ricco di “effetti Speciali” e di scene scenograficamente magnetiche, basti pensare al trionfo del reduce Vinicio, al banchetto di Nerone, ai riti catacombali, ai duelli di Ursus, al martirio dei cristiani nell’arena, oppure alle sequenze dell’incendio di Roma o ai giochi circensi, (girate queste ultime da Joseph Leo Mankiewicz, regista della seconda unità, e da Sergio Leone, assistente alla regia), Quo Vadis stabilisce con forza “kolossale” una sorta di imprescindibile “codice” iconico della “romanità”. Ossia, quella “cifra” di riconoscibilità, addirittura di autenticità (per ironia, tutta “hollywoodiana”, in quanto progettata oltre oceano) che verrà poi replicata in tantissimi “peplum” di casa nostra.