Il Leone d’oro è all’America delle nuove povertà. L’Italia (sovraesposta) vince con Favino e Castellitto jr


È un palmarès nel segno della crisi e della speranza questo di Venezia 77 appena conclusa. Il Leone annunciato e meritatissimo è di “Nomadland” di Chloé Zhao (con Frances McDormand). All’Italia vanno la Coppa Volpi per Favino (“Padrenostro”) e il Premio Orizzonti alla miglior sceneggiatura per I predatori di Pietro Castellitto. Vanessa Kirby miglior attrice. Tra i vincitori anche la distopia messicana di Nuevo Orden (Leone d’argento- Gran Premio della Giuria), il melodramma storico-spionistico Wife of a Spy di Kiyoshi Kurosawa (Leone d’Argento alla regia) e la strage operaia di Dear Comrades! di Konchalovsky…

Michel Franco col Leone d’argento per “Nuevo Orden”

Leone d’oro per l’esercito dei Tom Joad moderni di Nomadland. Mentre l’Italia – sovraesposta in concorso con quattro titoli – porta a casa la Coppa Volpi con Pierfrancesco Favino (è il Padrenostro di Claudio Noce) e la miglior sceneggiatura di Orizzonti che va a Castellitto jr col suo primo film da regista, Predatori.

Si conclude così Venezia 77, la Mostra della ripartenza, quella che è già entrata nella storia per aver dato un potente segnale simbolico e non solo al mondo del cinema. La giuria capitanata dalla straordinaria Cate Blanchett “firma” infatti un palmarès che, mai come quest’anno, disegna una geografia delle criticità del nostro tempo e del desiderio di superarle.

Spicca in questo senso la crudele distopia di Nuevo orden, scritto e diretto dal messicano Michel Franco, che si aggiudica il Gran Premio della Giuria (in Italia uscirà con I Wonder Pictures) : «Ho iniziato a scrivere questo film sei anni fa», ha commentato Franco, «Non avevo idea che quel «mondo distopico sarebbe diventato così simile alla realtà». E malgrado tutto il regista invita a non cedere al pessimismo e ad «avere fiducia nel futuro», ribadendo che lo scopo di un film come il suo è esortarci a fare in modo che le cose non vadano davvero così male.

Va bene in coppia con il Leone d’Oro di quest’anno, immersione radicale della protagonista Frances McDormand nella realtà dei nomadi contemporanei attraverso l’America della crisi economica: nomadi che sono anche membri del cast, a cui la protagonista – in collegamento dagli States – dedica il premio («Ogni respiro di ciascuno di loro è parte del mio film»). L’adattamento del libro-inchiesta di Jessica Bruder conferma la poetica della regista di origini cinesi, Chloé Zhao (anche nell’uso di interpreti non professionisti) e si imprime con forza nelle coscienze del pubblico veneziano, per un viaggio che (anche in termini di riconoscimenti) sembra solo all’inizio.

Coppa Volpi al femminile (nell’anno in cui ci si interroga se cancellare il genere dai premi) a Vanessa Kirby, che l’ha spuntata su molte degne concorrenti (oltre a Frances McDormand, anche la Romola Garai di Miss Marx, davvero l’unico italiano che avrebbe meritato di entrare nel palmarès) per la sua mater dolorosa in Pieces of a Woman di Kornél Mundruczó: ma l’attrice aveva dalla sua anche la performance a fianco di Katherine Waterston in The World to Come (di Mona Fastvold), dal racconto omonimo di Jim Shepard.

Un palmarès cinefilo ma anche pluralista quanto basta, in un momento dove la rappresentanza delle diverse culture è un tema quanto mai sentito: a due registi già apprezzati, legati alla storia del proprio paese ma anche proficuamente cosmopoliti, vanno non a caso il Leone d’Argento alla Miglior Regia e Premio Speciale della Giuria: rispettivamente, Kiyoshi Kurosawa per Wife of a Spy e Andrei Konchalovsky per Dear Comrades!.

Ne esce bene anche la cinematografia iraniana, col Premio Marcello Mastroianni al giovanissimo Rouhollah Zamani per la sua performance in Khorshid (di Majid Majidi) e il Premio Orizzonti al miglior film per Dashte Khamoush (di Ahmad Bahrami): avventure di “ragazzi di vita” l’uno e dramma operaio l’altro, a dimostrazione di quanto le questioni sociali si siano mantenute (dall’inizio alla fine) in primissimo piano a questa edizione della Mostra.

E ci sono anche l’India di Chaitanya Tamhane, premiato per la sceneggiatura di The Disciple, e le Filippine di Lav Diaz, già Leone d’Oro nel 2016 per il suo The Woman Who Left e stavolta Premio alla Regia (sezione Orizzonti) con Genus Pan. Sempre Orizzonti ha tributato ben due riconoscimenti all’anglo-portoghese Listen di Ana Rocha de Sousa (Premio Opera Prima Luigi De Laurentiis e e Premio della Giuria Orizzonti), che racconta le difficoltà quotidiane di una famiglia immigrata a Londra. Nella stessa sezione vincono anche le interpretazioni di Yahya Mahayni (The Man Who Sold His Skin, di Kaouther Ben Hania) e di Khansa Batma (Zanka Contact di Ismaël el Iraki).

Il mondo, e in particolare quello di cinematografie fuori dal mainstream, ha conquistato come (e anche più di quanto) ci si poteva attendere la ribalta di questa edizione anomala, dove paradossalmente (visto anche il numero di rappresentanti in selezione) ha brillato meno l’Italia, con l’ennesimo premio a Favino, non certo per il suo ruolo più memorabile (a un anno di distanza dal trionfo de Il traditore), e l’esordio interessante ma sopravvalutato di Pietro Castellitto.

Resta comunque la testimonianza di uno slancio condiviso e sincero per rilanciare il cinema da una delle sue fasi più buie: all’insegna dell’unità, dell’attenzione alle storture irrisolte della società, delle varietà culturali e di genere e, come era già evidente dalla selezione, del protagonismo femminile. Anche per questo, forse, a qualcuno potrà suonare stonato quel “Presidente” al maschile rivolto dalla madrina Anna Foglietta a Cate Blanchett.