Da Hong Sangsoo a Bruno Dumont. La Berlinale 2024 è (anche) degli autori e del presente di guerra

La Berlinale annuncia la selezione della sua 74ª edizione, l’ultima diretta da Carlo Chatrian. Un concorso poverissimo di letteratura, ma ricco di temi interessanti, dall’architettura agli ippopotami. Gli adattamenti si trovanno nelle sezioni collaterali. Due gli italiani in corsa per gli Orsi, “Another End” e “Gloria!“. Assieme a loro anche grandi autori (Bruno Dumont, Hong Sangsoo) e nomi in ascesa. Come sempre l’attualità sarà la protagonista con spazi di dialogo sulla guerra a Gaza …

È arrivato il momento di Berlino. Con l’annuncio, nella mattinata del 22 gennaio, della selezione ufficiale, la 74ª Berlinale ha iniziato a preparare e svelare i suoi blocchi di partenza, in vista dello sparo del via, previsto per il 15 febbraio (chiusura il 25 febbraio).

Un’edizione decisamente povera di letteratura ma densa di temi interessanti, come di consueto. Sarà anche l’ultima diretta da Carlo Chatrian che ha salutato presentando la squadra con cui ha lavorato negli ultimi quattro anni. Con ogni probabilità è l’epilogo della formula a due direttori impiegata dalla Berlinale, uno per il lato artistico e l’altra, Mariëtte Rissenbeek, per quello amministrativo.

Venendo ai film, sapevamo già da qualche giorno che l’apertura del concorso e del festival in generale sarebbe stata letteraria. Small Things Like These di Tim Mielants, coproduzione belga-irlandese tratta dal romanzo di Claire Keegan, farà da apripista, nonché da tacita conferma del momento d’oro per cinema e letteratura irlandese. Quel che non avremmo immaginato è che sarebbe stato anche una delle rarissime eccezioni ispirate alla letteratura.

I venti titoli in corsa per spartirsi gli orsi spaziano sia per temi sia per geografia, ma sono quasi tutti l’espressione pura di chi li ha diretti, senza fonti esterne a far da ispirazione. L’Italia c’è e anche più di quanto ci saremmo aspettati, con ben due titoli. Il primo è Another End, opera seconda di Piero Messina, formatosi sui set di Sorrentino ed esordiente nel 2015 con L’attesa (da La vita che ti diedi di Pirandello).

Questa volta Messina sceglie la fantascienza, immaginando un mondo in cui è possibile incontrare di nuovo chi è morto. Tra i punti di forza del film ci sarà senz’altro il cast, in cui figurano Bérénice Bejo e Renate Reinsve (la protagonista di La persona peggiore del mondo di Joachim Trier), accanto al protagonista, Gael García Bernal.

L’altro titolo italiano è invece un esordio, Gloria! di Margherita Vicario. Attrice, ma nota prima di tutto come cantautrice, ha scelto la via della regia senza dimenticare la musica. Le sue protagoniste vivono in un collegio femminile di fine ‘700 e mettendo in comune il proprio talento cercano di smuovere i paletti rigidi della società e del pentagramma. Particolare non da poco, è l’unico esordio in concorso assieme al tunisino Mé el Aïn di Meryam Joobeur.

Tra i titoli più in vista, però, non può che esserci L’empire di Bruno Dumont. (nella foto in alto). I rumors lo davano nelle selezioni di tutti i maggiori festival, alla fine sarà invece a Berlino. Il geniale regista francese si sposta, anche lui, sulla fantascienza, ma senza scordare il suo tocco. Le guerre interplanetarie si scatenano in un piccolo villaggio della Côte d’Opale, oggetto del contendere è il figlio di una giovane coppia separata di un quartiere operaio.

Ritorno da matita rossa sul programma è poi quello di Hong Sangsoo, maestro del cinema sudcoreano. Nuovamente al lavoro assieme a Isabelle Huppert, il regista calcherà il tappeto e gli schermi della Berlinale con A Traveler’s Needs, di cui si sa ben poco, ma basta la firma di Hong per attirare interesse. Sarà la quarta volta a Berlino nelle ultime cinque edizioni per il regista, tutte le volte premiato, sebbene mai con l’Orso d’oro.

Lo scorso anno a trionfare fu un documentario, Sur l’Adamant del troppo sottovalutato Nicolas Philibert, e quest’anno in corsa per i premi ce ne saranno due e mezzo. Il primo è Architecton di Victor Kossakovsky, riflessione sulla precarietà dell’ormai onnipresente cemento. Il secondo, più atteso, è Dahomey di Mati Diop, già Grand Prix a Cannes per Atlantique, che toccherà lo scottante tema dei furti coloniali di opere d’arte. Il mezzo è invece La cocina di Alonso Ruizpalacios, con Rooney Mara, storia fittizia in ambiente reale, la cucina di un famoso ristorante newyorkese; l’altra metà è invece un adattamento, ma teatrale, dalla pièce di Arnold Wesker del 1957, che pure era già stata trasposta cinematograficamente.

Tra i concorrenti più curiosi spicca Pepe del dominicano sesquipedale Nelson Carlos De Los Santos Arias, dedicato a un argomento tragicomico: l’abbondanza di ippopotami in Colombia. Li fece importare per il suo gusto Pablo Escobar, famosissimo (e pluriabusato da cinema e serie) narcotrafficante, e ora sono diventati numerosi e problematici. A parlare in Pepe è proprio uno di loro, dall’oltretomba però, e in varie lingue.

Sempre in concorso ci sono poi i francesi Hors du temps di Olivier Assayas, qui alle prese con un film autobiografico, e Langue étrangère della già Caméra d’or a Cannes Claire Burger; così come i tedeschi Dying di Matthias Glasner e From Hilde With Love di Andreas Dresen.

Spostandoci dal concorso principale alla sezione Encounters ci imbattiamo in titoli più letterari. Concorre lì Christine Angot, famosa scrittrice e drammaturga che ha più volte raccontato nelle sue opere la relazione incestuosa con suo padre, il suo esordio si chiama Une famille e probabilmente si nutrirà copiosamente della biografia della sua autrice.

Il film più letterario di tutti (nella foto di copertina) sembra essere l’argentino Tú me abrasas di Matías Piñeiro (attenzione a non confondere il titolo: abrasar non ha niente a che fare con gli abbracci, ma significa incenerire). Il riferimento è un testo tra i più belli di Cesare Pavese, Schiuma d’onda, contenuto nei Dialoghi con Leucò. Le due voci della conversazione sono Saffo e la ninfa Britomarti, colte da destino comune, la metamorfosi dopo il tuffo fatale in mare, ma per ragioni quasi opposte.

Non bisogna dimenticare poi, già annunciata tempo fa, Dostoevskij, la prima serie dei fratelli D’Innocenzo che tornano quindi sul luogo del delitto: la Berlinale, dove trovarono la notorietà grazie al loro primo film, La terra dell’abbastanza. Ma anche qui il titolo inganna, altri non è che il soprannome del poliziotto protagonista (Filippo Timi), di letterario non sembrerebbe esserci altro. Ma lo scopriremo solo vedendola, nella sezione Special o, a breve, su Sky.

A completare la schiera degli italiani saranno a Berlino anche il documentario Il cassetto segreto, che Costanza Quatriglio ha dedicato a suo padre Giuseppe, e Quell’estate con Irène di Carlo Sironi, selezionato nella sezione Forum.

Povera di libri, la selezione di Berlino non è però povera di argomenti. Il festival non dimentica i conflitti in corso, ma anzi annuncia spazi di dialogo sulla guerra a Gaza e, soprattutto, di riflessione sul ruolo della Berlinale come istituzione culturale in tempi di guerra. È lo stile del festival, che lo ha sempre contraddistinto, assieme a una corposa e cinefila selezione. Anche quest’anno non ha fatto eccezione.