Quando c’erano le rivoluzioni, anche al cinema. II (lungo) ’68-’70 degli Annali AAMOD

Il nuovo numero degli Annali AAMOD (Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico) è dedicato a “Le lotte e l’utopia 1968-1970” (Effigi Edizioni). Un viaggio in una stagione di battaglie troppo spesso tradite dai luoghi comuni delle rievocazioni ufficiali. Una fase iniziata prima e proseguita oltre quel triennio, dove l’incontro tra rivendicazioni studentesche e operaie ha messo in discussione l’intero assetto socio-politico. Cambiando per sempre (anche) il cinema…

«Il figlio di una mia amica di scuola è sceso in strada a chiedermi: “Liliana ma cosa fai? Ma che è successo? Sta succedendo qualcosa?” Credeva fosse iniziata la rivoluzione». Così racconta Liliana Cavani, nell’intervista di Giovanni Spagnoletti contenuta nel nuovo numero (il ventunesimo) degli Annali AAMOD, Le lotte e l’utopia 1968-1970.

Quell’aneddoto dal set milanese de I cannibali (1970, adattamento distopico dell’Antigone sofoclea), con le strade bloccate dai corpi di giovani stesi a terra, e la gente incerta se fosse finzione o realtà, ci danno l’idea dello straordinario momento storico di cui si parla. Straordinario, per ciò che succedeva nella realtà (non solo) italiana, ma anche nel cinema. E se la controrivoluzione era già in atto (almeno dalla strage di Piazza Fontana), è impossibile cancellare il segno di lotte e utopie che hanno comunque cambiato la società e la cultura. Rimettendo in discussione (anche) il cinema come pochi altri passaggi d’epoca.

Il volume (a cura di Marco Maria Gazzano, Paola Scarnati ed Ermanno Taviani, edito da Effigi), risponde alla necessità di restituire materia e misura di quanto accaduto, fuori dal pantano dei luoghi comuni. Riunendo in sé gli atti di due convegni-rassegne cinematografiche, Il Sessantotto (Roma, novembre 2018) e Le lotte e l’utopia ’69/’70 (Roma, novembre 2019). A loro volta parte di un più ampio percorso promosso dall’Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico, teso a indagare Il progetto e le forme di un cinema politico. Proprio le nozioni di “cinema” e “politica” sono assunte in tutta la loro ampiezza nelle quattro sezioni del libro.

La prima, Il progetto di un cinema politico, chiarisce subito i due dati imprescindibili (e talora mistificati) nel discorso storico-critico dell’intero volume: da un lato, la saldatura tra le rivendicazioni libertarie del ’68 studentesco e quelle operaie del “caldo” ’69. Dall’altro, la natura non casuale né estemporanea delle battaglie di quel triennio che portò, tra le altre cose, allo Statuto dei Lavoratori: fase chiave di un mutamento storico-sociale che riguarda (almeno) tutto il decennio ’60 e il successivo, dove lotte e conquiste sono irriducibili, come rimarca Carlo Felice Casula, al «giudizio liquidatorio che si riassume nell’etichetta di “Anni di Piombo”».

«Né il ’68 né il ’69 furono, infatti, un lampo improvviso», ricorda Vincenzo Vita nella prefazione. E, sottolinea Luciana Castellina, il fatto che la celebrazione ufficiale delle due date avvenga separatamente, «è all’origine dello stravolgimento del loro significato». Poiché si dimentica che «fabbrica e scuola si incontrarono», e che «la rivolta fu contro il sistema capitalista e non solo contro il burbero prof». Quanto tutto ciò abbia chiamato in causa la stessa (auto-)percezione del cinema come medium politico lo evidenzia il contributo di Pietro Montani: dove i Kinoki di Vertov e i film del movimento studentesco a cavallo del ’68 compongono una costellazione che arriva fino a Selfie di Agostino Ferrente.

La riflessione del libro tra prima e seconda parte (Le forme di un cinema politico) esamina quindi codici e protagonisti del cinema toccati dai fatti di quegli anni. Il cui impatto fa emergere sensibilità diverse e contraddittorie, come dimostra (anche) la contestazione-occupazione del Festival di Venezia nel ’68 (ne parla Ermanno Taviani).

Ma è un disorientamento fertile, che si esprime nelle forme più varie: dal documentario militante (altro luogo d’incontro tra studenti e operai, come ricorda Antonio Medici) all’animazione, con la satira anticonsumista di Bruno Bozzetto VIP – Mio fratello superuomo (analizzata da Dario Cecchi), che preconizza gli influencer. Passando per un genere anomalo nell’industria nostrana come la fantascienza. A questa, e alla sua declinazione “impegnata” (fino alla distopia) durante e intorno al ’68-’70,  si dedicano Giovanni Spagnoletti e Maurizio Zinni. Non meno significativi la rassegna (di Domenico Monetti) tra i titoli più “avanguardisti” di allora, e i focus (rispettivamente di Antonio Capocasale e Stefania Parigi) su due sperimentatori fuori dagli schemi come Zavattini e Pasolini.

Ma il volume si apre ulteriormente nella terza parte (La transpolitica), a mettere in relazione gli eventi socio-politici con ulteriori arti e media, partendo dalla testimonianza di Derrick de Kerckhove come traduttore-curatore dell’opera di Marshall McLuhan. E proseguendo con le piccole e grandi rivoluzioni dentro e attraverso le arti visive (nell’intervento di Marco Maria Gazzano), la tv (nell’analisi di Damiano Garofalo), la radio (Marta Perrotta ricorda «l’emozione antiretorica» dello sbarco radiofonico sulla Luna) e la canzone d’autore (nell’excursus di Paolo Carusi). Senza dimenticare la critica cinematografica, con le opposte e complementari vie (di cui parla Alma Mileto) di Ombre rosse e Cinema & Film.

Chiude il viaggio una quarta sezione (Film e punti di vista) con presentazioni, interviste e recensioni dedicati a film ospitati nelle rassegne da cui ha origine il libro. Film fondamentali per curare (o vaccinare) contro il virus della cattiva memoria: come Trevico-Torino.Viaggio nel Fiat-Nam di Ettore Scola e la fiaba antimilitarista La torta in cielo (di Lino Del Fra, tratto da Gianni Rodari e sceneggiata da Cecilia Mangini e Giuseppe De Santis). O ancora l’apocalittica allegoria di Marco Ferreri Il seme dell’uomo, la distopia di Silvano Agosti N.P. Il segreto e i doc Apollon e Contratto di Ugo Gregoretti, del quale possiamo (ri)leggere la conversazione con Antonio Medici. Film da (ri)vedere per avere coscienza di quanto è stato, e per ispirare quanto potrebbe essere ancora. Perché, dice Wilma Labate (presentando i film Concerto in fabbrica e La tenda in piazza) «il cinema, quando è bello, scalfisce il cinismo anche negli occhi più induriti».