Da “Nomadland” a “The Father”. Gli adattamenti trionfano agli Oscar 2021

È la letteratura a fare irruzione nella notte degli Oscar in questa 93esima edizione. I nuovi poveri americani di Nomadland – diretto dalla sinoamericana Chloé Zhao e tratto dall’omonimo libro d’inchiesta della giornalista Jessica Bruder – sono tornati alla ribalta per accaparrarsi la statuetta per il Miglior film, Miglior regia e Miglior attrice protagonista (quest’ultima assegnata per la terza volta alla meravigliosa Frances McDormand). Una notizia che non sorprende, dal momento che, al bordo di furgoni arrangiati, “l’esercito dei moderni Tom Joad” aveva già fatto incetta di premi, a partire dal Leone d’oro fino al Festival di Toronto e ai Golden Globe.
Un simile itinerario era già stato seguito nel 2017 da La forma dell’acqua di Guillermo del Toro: dopo aver conquistato il Lido, il “mostro della laguna” era infatti riemerso oltreoceano per aggiudicarsi ben quattro riconoscimenti agli Academy Awards (miglior film, il miglior regista, la migliore scenografia e la migliore colonna sonora).
Il passaggio di Nomadland alla Mostra del cinema di Venezia – il film verrà finalmente proiettato nelle sale dal 29 aprile – è forse l’unica consolazione per l’Italia, che in questa edizione degli Oscar rimane a mani vuote: né Laura Pausini – candidata con il brano Io sì, interpretato ne La vita davanti a sé di Edoardo Ponti (dal romanzo di Romain Gary) –, né Matteo Garrone con il suo Pinocchio – in lizza per il premio dedicato ai migliori costumi e al miglior make-up – sono riusciti ad arrivare alla fine della corsa.
Ad ottenere il premio per la miglior canzone originale è infatti H.E.R., con la sua Fight for You, composta per Judas and the Black Messiah di Shaka King: le Pantere Nere del film agguantano anche la statuetta per il miglior attore non protagonista, assegnato a Daniel Kaluuya, nel ruolo del leader del movimento rivoluzionario afroamericano. L’eterna favola di Collodi ha invece dovuto cedere il passo a un altro adattamento per quel che riguarda i due premi “tecnici”, che avrebbero valorizzato la proverbiale artigianalità del cinema italiano: è Ma Rainey’s Black Bottom – diretto da George C. Wolfe, ispirato all’omonima opera teatrale di August Wilson e alla vita della celebre cantante blues–, a trionfare in questi ambiti.
A spostarsi dal palcoscenico al grande schermo è anche The Father –diretto da Florian Zeller e tratto dalla sua omonima pièce teatrale (Le pére) –, che si aggiudica la Miglior sceneggiatura non originale e regala per la seconda volta il titolo di miglior attore protagonista ad Anthony Hopkins. Incentrato sul complesso rapporto tra un padre che sta invecchiando e la figlia che si trova nel difficile ruolo di aiutarlo, il film era candidato anche per l’interpretazione di Olivia Colman: sul finale, la splendida attrice britannica è stata però scalzata dall’icona del cinema coreano Yuh-Jung Youn, ritenuta miglior attrice non protagonista nei panni dell’eccentrica nonna di Minari, diretto da Lee Isaac Chung.
Il grande sconfitto di quest’anno, contro ogni pronostico, è Mank di David Fincher: nonostante le dieci candidature, il bianco e nero della vita di Herman J. Mankiewicz – al quale viene attribuita l’intera paternità della sceneggiatura di Quarto potere (dalla quale verrebbe dunque esclusa la penna di Orson Welles), -, riesce infatti a strappare soltanto la miglior fotografia e la miglior scenografia.
A guadagnarsi la statuetta per il miglior film internazionale è infine Un altro giro di Thomas Vinterberg – fondatore del movimento “Dogma 95” insieme a Lars von Trier – : dopo le prove generali dell’ “esperimento alcolico” di cui il regista danese ci ha reso partecipi, siamo sicuri che i protagonisti avranno meritatamente brindato in questa lunga notte del cinema.



