L’eredità di uno sguardo dal “margine”. Nella tre giorni dedicata a “Cecilia Mangini la rivoluzionaria”

Si è svolta alla Casa del cinema di Roma (dal 18 al 20 maggio) la rassegna dedicata a “Cecilia Mangini la rivoluzionaria”. Un omaggio ricchissimo di ospiti e titoli per diffondere l’opera della grande documentarista recentemente scomparsa e per tanti anni dimenticata. “Oggi che è non è il merito a rendere famosi ma viceversa” – come ha sottolineato Raul Mordenti – tornare sul suo cinema ma anche su quello di Lino Del Fra, suo compagno di vita e di set, non è solo una scelta culturale ma anche politica. Tra gli organizzatori Bookciak Magazine …

foto Francesco Tassara

“Quando una persona come Cecilia Mangini viene a mancare, quel che ci resta è la responsabilità di uno sguardo”. Così la scrittrice Lidia Ravera interviene nell’ambito della tre giorni romana (si è svolta alla Casa del cinema il 18-19-20 maggio) dedicata alla grande signora del documentario recentemente scomparsa, che gli organizzatori – Gabriella Gallozzi, Paolo Pisanelli in collaborazione con Luca Del Fra – hanno voluto stigmatizzare col titolo Cecilia Mangini la rivoluzionaria: una fitta rassegna che, attraverso le sue opere e gli interventi di amici, registi, storici e giornalisti, si è proposta di ripercorrere lo straordinario itinerario cinematografico della “donna rock del doc”.

L’eredità di Cecilia è sicuramente quella di uno sguardo “dinamico” nei confronti del reale, costantemente teso a trasformarlo: il suo è un cinema “alla continua ricerca di un nuovo linguaggio” – sottolinea il regista Gianfranco Rosi – sempre intento a “cogliere lo splendore della verità”.

Eppure, soprattutto nelle espressioni beffarde di quei “ragazzi di vita” filmati in Ignoti alla città e ne La canta delle marane, è impossibile non percepire quella carica di “affetto e tenerezza” ricordata da Agnès Varda nel miracoloso incontro tra le due registe – ai tempi ottantenni – alla Festa di Cinema del Reale nel 2011.

Pasoliniana”, dunque, Cecilia non lo è soltanto per il sodalizio con l’intellettuale corsaro nella realizzazione dei primi film, ma soprattutto per quella che lo scrittore Christian Raimo definisce l’idea di una “mutua corrispondenza tra arte e politica, per la rara capacità di produrre teoria intellettuale attraverso il documentario”.

Per la regista di Mola di Bari, però, la rivoluzione non è solo intelletto, ma anche “corpo e amore” – aggiunge la presidente di Apulia Film Commission Simonetta Dellomonaco –: lavori ispirati alle ricerche etnografiche di De Martino, come Stendalì e Maria e i giorni, mirano infatti a una “liberazione” della sua terra dai preconcetti di “arretratezza”, nell’ottica di un recupero di una connotazione identitaria in senso forte.

Il Sud di Cecilia Mangini è tutt’altro che un Sud “lagnoso” – specifica lo scrittore e storico Enzo Ciconte –: è un Mezzogiorno “che ha lottato e ha combattuto, ed è stato sconfitto per il prevalere di un’altra logica”. Sarà proprio il fenomeno dell’emigrazione infatti – al centro, tra l’altro, del corto Fata Morgana –, insieme all’avvento del consumismo, a “distruggere quel mondo e quelle pratiche culturali in maniera irreversibile”.

Lo sguardo di Cecilia è quindi allo stesso tempo “oggettivo e militante” – dice la giornalista Laura Delli Colli –, ma è soprattutto uno “sguardo formato” – secondo le parole dello storico della fotografia Claudio Domini: il reportage Isole, che documenta la vita degli abitanti e la fatica dei lavoratori a Lipari e Panarea, “non scade mai nella retorica, nella ricerca dell’esotico o del decadente, ma mantiene soltanto un grande gusto della narrazione”.

L’estrema “consapevolezza dell’immagine” viene sottolineata anche da Matteo Gherardini, che per il montaggio di  Due scatole dimenticate – codiretto da Mangini e Pisanelli -, ha dovuto confrontarsi con le fotografie scattate dalla regista durante la sua permanenza di quattro mesi in Vietnam nel ’65 insieme al compagno d’arte e di vita Lino Del Fra (anche ai suoi titoli è dedicata la rassegna): “ogni volto vietnamita ritratto contiene già un mini-racconto”.

La sensibilità di Cecilia è dunque sempre rivolta all’esperienza del “margine”, inteso – secondo le parole di Anne-Violaine Hocke – come il luogo preferenziale dal quale esercitare “un’osservazione e una critica della polis”. A partire dagli esordi dedicati alla “disperata vitalità” dei ragazzi di borgata, il suo cinema continuerà infatti a soffermarsi sulla “ferita” di quella che l’urbanista Paolo Berdini definisce una “Roma spezzata in due”. La Roma di Cecilia Mangini – ed in particolare quella di Trappola per bambini e La briglia sul collo – è “la città dei dimenticati, dei bambini di San Basilio, degli esclusi, ma è anche la Roma del boom economico, una Roma che chiede, che lotta per avere servizi e inclusione”.

Sempre ai “margini” si collocano, volontariamente e in risposta alle scelte politiche e culturali del Paese, anche i beatnik e i provos di Come fuochi d’artificio, esplosiva pellicola (firmata da Del Fra), che grazie alla maestria del grande “mont-autore” Roberto Perpignani, riesce a riflettere tutta la “libertà e il divertimento” delle proteste giovanili di quegli anni.

Ma è da un’altra posizione di marginalità che la voce di Cecilia deflagra con intensità ancora maggiore: quella legata all’“Essere donne”, per riprendere il titolo del celebre documentario del ’64. In quell’opera fondamentale, girata tra le braccianti del Sud e le operaie delle fabbriche del Nord, Mangini confronta le durissime condizioni lavorative a cui le donne sono sottoposte con l’immagine femminile “patinata” proposta dall’industria culturale degli anni Sessanta.

“Cecilia è bravissima a interpretare la fase di transizione che dalla cultura dell’emancipazione – per cui volevamo diventare come gli uomini –, conduce alla cultura femminista, per la quale abbiamo avanzato il diritto di essere diverse, di essere donne”, commenta Luciana Castellina, che ai tempi commissionò il documentario per una campagna elettorale del PCI.

È un film “straordinariamente antico e moderno insieme” – afferma la sindacalista CGIL Susanna Camusso – che pone obiettivi ancora da conquistare: questa incredibile attualità – annuncia il coordinatore generale della Scuola Volonté Antonio Medici – ha spinto gli allievi di regia a realizzare un “aggiornamento” delle tematiche di Essere donne, calandole nel contesto italiano degli ultimi anni.

Tre giorni in viaggio con Cecilia , allora – citando il titolo del bel film realizzato a quattro mani con Mariangela Barbanente (2014) –: alla riscoperta dello sguardo di una rivoluzionaria – “anarchica e anticolonialista” si definiva lei stessi in questi ultimissimi anni – che ancora oggi, con il suo cinema e le sue domande, ci invita a stare “dall’altra parte della Storia”.

Tra gli ospiti in sala, che hanno raccontato una “tappa” del cinema e della vita della pioniera del documentario, anche Guido Albonetti, Mirko Grasso, Gabriele Genuino, Marina Mazzotti, Paola Scarnati, Daniele Vicari, Raul Mordenti, Wilma Labate e Vincenzo Vita.

L’ultimo film di Cecilia Mangini, girato insieme a Paolo Pisanelli, Grazia Deledda la rivoluzionaria – a cui il titolo della rassegna si è ispirato – sarà presentato in anteprima a fine maggio al Festival IsReal in Sardegna, e contemporaneamente all’Istituto Italiano di Cultura di San Francisco.