La carica dei film italiani dai libri. Tredici titoli in arrivo (a Venezia?) da Starnone, Calandrone, Lagioia, Janeczek & Co.

La carica degli adattamenti. Dopo l’annuncio di inizio riprese del nuovo Daniele Luchetti dal memoir “Dove non mi hai portata” di Maria Grazia Calandrone, ecco un excursus attraverso i tanti titoli cine-letterari italiani che arriveranno presto in sala e alla Mostra di Venezia. Storie di sentimenti e contrasti familiari (tra cui “Scherzetto” di Mario Martone, dal romanzo di Domenico Starnone, o “Succederà questa notte” di Nanni Moretti, dai racconti di Eskhol Nevo in “Legami”), rielaborazioni di tragici fatti di cronaca (l’omicidio di Luca Varani ne “La città dei vivi” di Edoardo Gabbriellini, dal libro di Nicola Lagioia, o la spedizione alpina di “Bianco”, dove Daniele Vicari traspone “Frêney 1961” di Marco Albino Ferrari) e affreschi storici, con Alina Marazzi che porta sullo schermo il Premio Strega di Helena Janeczek “La ragazza con la Leica”, la fotografa comunista Gerda Taro uccisa nella Guerra civile spagnola…

 

È vero che «non c’è Italia senza cinema», come da slogan del Coordinamento delle Associazioni Autori ed Autrici contro i tagli ministeriali al fondo per il sostegno alle produzioni audiovisive nazionali, ma potremmo aggiungere che non c’è cinema italiano senza letteratura. Tanti e tali sono i progetti in arrivo sul grande schermo nostrano che attingono a libri più o meno recenti, spaziando fra itinerari nel vissuto individuale, cronaca nera e affreschi collettivi.

 

Nel primo caso rientra Dove non mi hai portata, trasposizione del memoir di Maria Grazia Calandrone (Einaudi, 2023, finalista allo Strega) di cui sono da poco iniziate le riprese (previste sino a inizio agosto) per la regia di Daniele Luchetti, ormai veterano degli adattamenti dopo La scuola, Momenti di trascurabile felicità, Lacci, Confidenza, la terza stagione de L’amica geniale e la miniserie Prima di noi. Tecla Insolia, già pluripremiata ai David di Donatello e ai Nastri d’argento con L’arte della gioia (dalle pagine di Goliarda Sapienza) dà il volto alla scrittrice-protagonista (giurata per Bookciak Legge 2025), che nel libro indaga sulla drammatica vicenda dei genitori biologici, suicidi nel 1965.

E il privato si tinge di pubblico, parlandoci di un’Italia dove violenza di genere, povertà e assenza di una legge sul divorzio potevano condurre a gesti estremi, come quello che la coppia in questione sceglie di compiere, spiegandone le ragioni in una lettera al quotidiano dell’allora PCI, l’Unità. Autobiografico, ma a modo suo politico, è anche Il fuoco che ti porti dentro di Antonio Franchini (Marsilio, 2024, Premio Campiello), ritratto tragicomico della madre dell’autore, incarnazione di tutto il peggio del Belpaese: «Il qualunquismo, il razzismo, il classismo, l’egoismo, l’opportunismo, il trasformismo, la mezza cultura peggiore dell’ignoranza, il rancore…». Edoardo De Angelis (David per Indivisibili) ha finito di girarne il lungometraggio, interpretato da Lino Musella e Vanessa Scalera.

Dalle relazioni familiari prendono le mosse anche Fame d’aria di Giuseppe Bonito (Figli, L’arminuta) e Scherzetto di Mario Martone (che nel recente Fuori si era confrontato con la figura di Goliarda Sapienza). L’uno si rifà al libro del co-sceneggiatore Daniele Mencarelli (Mondadori, 2024), già autore de La casa degli sguardi e Tutto chiede salvezza, e narra il viaggio verso la Puglia di Pietro e del figlio autistico Jacopo. Mettendo in scena, senza edulcorare il materiale di partenza, la vicenda di un padre (Paolo Pierobon) «stanco di una vita pesantissima, dei debiti che lo attanagliano, della solitudine in cui lo hanno lasciato amici, parenti e istituzioni», ha anticipato Bonito.

Martone (sempre coadiuvato alla scrittura da Ippolita Di Majo) dirige ancora una volta Toni Servillo (reduce dal quinto Nastro d’argento, escluso quello alla carriera, per La grazia), qui nei panni dell’illustratore Daniele Mallarico, che dovrà fronteggiare il pestifero nipotino Mario (Lorenzo Perrotta), offrendoci spunti di riflessione sulla solitudine e la vecchiaia. Alla base c’è il romanzo omonimo (Einaudi, 2016) di Domenico Starnone (Premio Strega con Via Gemito), alla cui penna il nostro cinema ha attinto spesso (per i già citati La scuola, Lacci, Confidenza, nonché per Auguri professore e Denti).

Scherzetto potrebbe essere in gara alla prossima Mostra di Venezia, come il non meno atteso ritorno (assente “a sorpresa” dall’ultima Cannes) di Nanni Moretti, che dopo Tre piani (2020) si rifà nuovamente a un’opera dell’israeliano Eskhol Nevo per il suo nuovo lungometraggio Succederà questa notte. Il regista-attore di Ecce bombo parte stavolta dalle storie contenute nella raccolta Legami (Feltrinelli, 2024), muovendosi ancora nel complesso e delicato territorio degli affetti e degli imprevisti dolceamari dell’esistenza.

Il cineasta Palma d’oro per La stanza del figlio ha già creato un hype significativo tra i suoi estimatori, anche attraverso la diffusione su Instagram di video backstage con gli altri componenti del ricco cast (da Jasmine Trinca e Louis Garrel ad Angela Finocchiaro ed Elena Lietti), ma stavolta potrebbe dover gestire anche le polemiche legate al boicottaggio di prodotti e autori da Israele. In cui è finito al centro lo stesso Nevo, di cui una petizione ha chiesto poche settimane fa il ritiro dell’invito al festival “Il Libro Possibile” di luglio per non aver denunciato apertamente il genocidio in corso a Gaza, al netto della sua posizione critica verso il governo Netanyahu.

Con amore e Desiderio ha a che fare, fin dal titolo, il romanzo omonimo di Giorgio Montefoschi (2020, La Nave di Teseo), il cui adattamento riporta Michela Cescon dietro la macchina da presa, per narrare un incontro e un’attrazione che inizia nella Roma degli anni ’80 e ci parla (anche) di differenze sociali e incertezze giovanili. Per l’editrice Elisabetta Sgarbi, le versioni letterarie dei due protagonisti Matteo e Livia (interpretati da Enrico Borello e Romana Maggiora Vergano, Nastro d’argento con Il tempo che ci vuole) «rimangono nell’anima, con un languore, una scia di dolorosa malinconia, come la Micol di Bassani, come certi amanti di Moravia».

Si svolge invece a Milano la vicenda de Il rumore delle cose nuove, dove Paolo Genovese, dopo il successo della commedia “à la Inside OutFolleMente (di cui è in cantiere il sequel), prosegue il suo discorso sulla coppia (anzi, sulle coppie: stavolta sono tre) trasponendo, come già per Tutta colpa di Freud, Supereroi e Il primo giorno della mia vita, un suo romanzo (pubblicato da Einaudi nel 2023). Il filmmaker di Perfetti sconosciuti si mantiene fedele alla vocazione “corale” del suo cinema, e riunisce per l’occasione Emanuela Fanelli, Claudia Pandolfi, Stefano Accorsi, Claudio Santamaria, Edoardo Pesce, Lino Musella, Vittoria Puccini e Rolando Ravello.

Tutta al femminile invece la storia narrata da Irene Graziosi ne Il profilo dell’altra (e/o, 2022), da cui deriva la quinta fatica da regista di Francesco Bruni. Dietro il rapporto fra un’ex scrittrice trentenne (Pilar Fogliati), ritiratasi in seguito a un apprezzato primo libro, e una content creator diciottenne (Ginevra Francesconi), scorrono interrogativi molto attuali sulla cultura e la comunicazione contemporanee. Per restituirceli, il filmmaker e sceneggiatore caro al cinema di Paolo Virzì è voluto uscire dalla sua comfort zone: «Fuori Roma, in un mondo – quello delle donne – che non era mai stato centrale nella mia narrazione. Questo mi ha portato a scegliere donne per la troupe – oltre che per il cast». Portando, prosegue, «una ventata di aria fresca nei miei metodi di lavoro, così come nell’estetica stessa del film, scuotendo molte delle mie certezze e conducendomi su una strada diversa».

C’è poi un’Italia cineletteraria che continua a misurarsi con la cronaca nera: dopo, fra gli altri, 40 secondi di Vincenzo Alfieri, La gioia di Nicolangelo Gelormini e Gli occhi degli altri di Andrea De Sica (che rielaboravano rispettivamente l’omicidio di Willy Monteiro, i delitti Rosboch e Casati-Stampa) sarà il turno de La città dei vivi, dal romanzo (Einaudi, 2022) in cui Nicola Lagioia affronta l’efferato assassinio del ventitreenne Luca Varani nel 2016.

Il compito di metterlo in scena tocca a Edoardo Gabbriellini (B.B. e il cormorano, Padroni di casa, Holiday), soffermandosi soprattutto sul difficile, e brutalmente spezzato, percorso individuale del ragazzo torturato e ucciso, che ha il volto di Emanuele Maria Di Stefano, affiancato da Valerio Mastandrea e Roberta Mattei. Che il film possa rivelarsi anche un’immersione nella zona più oscura della società e dell’animo umano lo suggerisce la presenza dei Fratelli D’Innocenzo (che dopo i crudi e disturbanti spaccati cinematografici di periferia ci hanno offerto la disperata cupezza della miniserie noir Dostoevskij) alla sceneggiatura.

Ritroviamo Mastandrea (da poco vincitore del terzo Nastro d’argento come attore grazie a Cinque secondi) alle prese col ruolo de Il sopravvissuto di Claudio Cupellini. Quest’ultimo, dopo il graphic novel distopico di Gipi La terra dei figli, porta sullo schermo il romanzo Premio Campiello di Antonio Scurati (uscito per Bompiani nel 2005, oltre dieci anni prima dello Strega col Mussolini di M. Il figlio del secolo, diventato poi l’omonima serie tv): echeggia addirittura il massacro del 1999 alla statunitense Columbine High School nel dramma del docente Andrea Marescalchi, superstite a una strage perpetrata a scuola dallo studente Vitaliano nei giorni degli esami di maturità.

Non manca la Storia dei grandi, e terribili, fatti collettivi, spesso da una prospettiva femminile: Stefania Rocca ha girato nel Salento il suo debutto alla regia di un lungometraggio, L’ora di tutti, dal libro (edito da Bompiani) che nel 1962 la scrittrice e critica letteraria Maria Corti dedicò al sacco di Otranto da parte dei Turchi nel 1480. E la località pugliese è per certi versi la vera protagonista del testo, come sottolineò Giorgio Caproni recensendolo per La Nazione: «L’intera Terra d’Otranto “suona” vivissima non solo nella sua realtà storica di allora, ma in quella, anche geografica ed etnica, d’oggi e di sempre». Rocca, dal canto suo, spiega di essersi soffermata «sulle emozioni, seguendole senza barriere narrative di tempo o di luogo continuando, come avevo già fatto nella mia prima regia teatrale, quel percorso di sperimentazione atto a fondere diversi linguaggi che ho approfondito nei miei anni di carriera e che sento parte di me».

Dal XV secolo al 1937 della Guerra civile spagnola, in cui ci cala La ragazza con la Leica, secondo lungometraggio di finzione di Alina Marazzi (fra i suoi doc Un’ora sola ti vorrei e Vogliamo anche le rose) a oltre dieci anni dall’esordio Tutto parla di te. La donna del titolo è Gerda Taro (nel film avrà il volto di Emilia Schule), fotografa tedesca figlia di ebrei polacchi, comunista, compagna e collega di Robert Capa, rimasta uccisa mentre seguiva sul campo il conflitto tra franchisti e antifranchisti.

«Lasciò nelle sue foto testimonianza dell’enorme delitto che era stata la guerra. Aveva dedicato la sua splendida vita a un degno compito, a una giusta causa persa», leggiamo nel libro Premio Strega di Helena Janeczek (Guanda, 2018) all’origine della trasposizione. Che vedremo in un presente dove non solo lo scontro tra fascismo e antifascismo è più attuale che mai, ma gli operatori dell’informazione sono sistematicamente bersagli militari, come testimoniano i centinaia trucidati da Israele tra Libano e Gaza, inclusa la fotoreporter Fatma Hassouna al centro del doc Put Your Soul On Your Hand And Walk di Sepideh Farsi.

Letteraria, infine, è anche la prossima fatica di un altro filmmaker tutt’altro che restio a schierarsi, Daniele Vicari, oggi impegnato con Bianco (altro titolo “papabile” per il Lido, dove il regista di Diaz era stato l’ultima volta lo scorso anno con un altro adattamento, Ammazzare stanca – Autobiografia di un assassino), tratto da Frêney 1961. La tempesta sul Monte Bianco (Ponte alle Grazie nel 1996) di Marco Albino Ferrari. Ricostruendo la spedizione italo-francese, guidata da Walter Bonatti (lo interpreta Alessandro Borghi) e Pierre Mazeaud, che tentò di scalare il Pilone Centrale del Frêney al Monte Bianco. Ma l’impresa, complice una violenta tempesta di neve e vento, avrà esiti tragici.

Riprese sui veri ghiacciai a temperature di 20 gradi sotto lo zero e in studio con scenografie alte 12 metri, per un film che ha l’ambizione di rappresentare la montagna (anche) come allegoria sociale ed esistenziale. In collaborazione con lo stesso Ferrari, per assicurare massima «correttezza filologica», ma «in punta di piedi», come dichiarato al Torino Film Festival: «Il mio apporto è stato un po’, nella squadra, quello dell’ultimo della cordata, quello che toglie i chiodi».


Emanuele Bucci

Libero scrittore, autore del romanzo "I Peccatori" (2015), divulgatore di cinema, letteratura e altra creatività.

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